Con «le faremo sapere» non c'è trucco che tenga
domenica 8 dicembre 2019
«Le faremo sapere». È una frasaccia gelida che tutti prima o poi ci siamo sentiti scivolare addosso. Orribile perché falsa – nessuno mai ci farà sapere niente – e perché è una sconfitta da cui non possiamo apprendere alcunché: potrebbe essere istruttiva se ci dicessero il motivo per cui siamo stati scartati, ma non ci dicono nulla. E allora ci assale il sospetto che sia tutta una farsa, una messinscena per poter affermare: noi la selezione l'abbiamo fatta. Il vincente però era stato già deciso. È un po' come se, a una gara di corsa su un giro di pista, vedessimo sfrecciare davanti a noi un concorrente in motorino. Allénati e corri più forte che puoi, pollo. Ti faremo sapere...
Magra consolazione: se ti liquida a quel modo, è un'azienda che non considera i dipendenti persone, dotate di cervello e cuore. Sul suo futuro gravano ombre minacciose e voi avreste voglia di farglielo sapere, ma non le dite niente per una giusta ritorsione.
I consigli su come difendersi, reagire, passare al contrattacco pullulano. Il più divertente – lasciar intuire che non sei un disperato all'ultima spiaggia, bensì assai ricercato – l'adottai pure io, inconsapevolmente, da neolaureato. Mi avevano fatto capire che il mio profilo era perfetto per un collegio vescovile del Nordest, assai prestigioso: «Vai pure – mi avevano detto – ti aspettano!». Non dovevo inventare niente: in effetti ero già stato richiesto da un'altra scuola (meno quotata). Nel collegio avevo fatto una breve supplenza e sapevo che c'era un posto libero. Così mi presento e pongo il dilemma: so che cercate un insegnante, sarei felice di essere io scegliendo voi anziché quegli altri. Il direttore mi fissò serafico: le suggerisco di accettare senza indugio quell'altra proposta. Seppi in seguito che aveva assunto la figlia, indubbiamente preparata, del leader cattolico di un prestigioso sodalizio. Nell'altra scuola, tra colleghi privi di sodalizio, mi trovai benissimo e comunque fu sempre meglio di un orribile "le faremo sapere". Morale: darsi un tono non serve a niente.
Il "le faremo sapere" può essere somministrato in due modi: guardandoci in faccia o volgendo lo sguardo altrove, perso in un remoto nulla. Non c'è un modo migliore, anzi, il primo è forse il peggiore, perché chi ci fissa intende contemplare la delusione e goderne (sorridete sempre per non dargli soddisfazione). Il secondo ci dimostra che siamo comparse insignificanti all'interno di una farsa.
Neppure il mondo dell'editoria brilla per raffinatezza. Tutti invitano a inviare testi, impegnandosi a rispondere (entro tot mesi, sicuramente "le faremo sapere"). Chi risponde subito chiede soldi. Altri non risponderanno mai. I più sadici ti dicono: "Ma è bravissimo, ci è piaciuto tanto, purtroppo lei non è noto". Per essere pubblicati bisogna essere noti. Quindi regolatevi: prima di offrire il vostro genio creativo dovete andare in tv a fare il deficiente, comunque inventarvi qualcosa affinché il vostro faccione, in quarta di copertina sullo scaffale accanto alla cassa del supermercato, sia riconoscibile dal consumatore.
Certo, ci vuole del coraggio a dire in faccia: il tuo curriculum è insufficiente, non ti sei presentato bene, scrivi male. Ma l'importante è non far piombare la sentenza sul collo del malcapitato come una mannaia senza subito suggerire alcune mosse possibili: studia ancora e perfezionati, ridimensiona il tuo obiettivo... Ma non ce l'hai un parente importante che possa soccorrerti? Ah, l'italica sincerità! Meglio il Giudizio universale quando, noti e meno noti, sapremo tutto e subito. Oppure no. Il Padreterno, da fine umorista, a certi signori che sappiamo potrebbe dire: "Le faremo sapere".
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