Charlie, dov'è qui il «diritto di autodeterminazione»?


Pier Giorgio Liverani domenica 16 luglio 2017
La vicenda del piccolo Charlie ha indotto qualche giornale a (s)ragionare sulla sua vicenda. La Repubblica, per esempio, ha ammesso (venerdì 7) che «le decisioni del paziente o di chi lo rappresenta debbono essere tenute nel dovuto conto», ma – ha subito precisato – non devono essere «sempre conclusive». Infatti «se i casi come Charlie si moltiplicassero? – si chiede Corrado Augias –. La scelta sarà sempre la stessa?» Il secondo interrogativo sembra anticipare la risposta al primo, ma è palesemente priva di senso dato che non esistono le malattie, esistono i malati ciascuno con la sua malattia.
La conclusione è la seguente: «Le Corti di giustizia devono garantire che tutte le procedure rispettino le leggi della comunità». Cioè trattamenti identici per tutti. Grave errore: innanzi tutto non solo "Il sabato – come disse Gesù – è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato" (Mc 2,27) e poi le Corti di giustizia chi sono per giudicare sulla vita e sulla morte di un uomo? Infine, ai medici il giuramento di Ippocrate, purtroppo spesso abbandonato in soffitta, ricorda: «Non somministrerai ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirai un tale consiglio».
Non basta. Sopra la testata di Repubblica, ogni giorno Michele Serra regala al lettore un suo pensiero solitamente pacato e ragionevole anche quando è di parte. Invece mercoledì 12 il suo punto di vista era abbastanza fuori dalle righe: ha tirato in ballo «le rattristanti processioni "pro vita"» secondo le quali «sarebbe la scienza medica e sarebbero le leggi crudeli a volerlo uccidere quel povero bambino». Se non è proprio così, ci assomiglia molto: sta di fatto che, secondo sentenze mediche e giuridiche, quel bimbo dovrebbe morire contro la volontà e le proteste dei genitori, per i quali se il loro bambino non potrà guarire, dovrà vivere almeno quel poco di vita che gli rimane.
E qui, allora, facciamo ricorso almeno a quel "principio di autodeterminazione" che è sempre sbandierato dai laicisti. Questo principio deve valere anche per gli infanti, la cui volontà , che non possono formulare, è espressa dai genitori: «Voglio vivere finché avrò la poca vita cui ho ancora diritto. Se una Corte di giustizia o di medici me lo negheranno, sarà la condanna a morte di un innocente accusato di – gentilezza di Michele Serra – essere "ridotto a un involto intubato"».

NON PRAEVALEBUNT
Un sociologo dell'Università di Bergamo, Marco Marzano, che della Chiesa «ha fatto il suo principale oggetto di ricerca», ha scoperto che «non moriremo cattolici» (Il Fatto), perché l'Istat registra il crescente distacco di fedeli dalla Chiesa. Se è un esperto di Chiesa, si ricordi invece di quel noto "portae inferi non praevalebunt adversus eam" del Vangelo di Matteo (16,18).
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