Anche la musica può contagiare e far cantare i cuori in cerca di Dio
sabato 17 novembre 2018
Nel 2003, per il centenario del Motu Proprio di Pio X Tra le sollecitudini sulla musica sacra, Giovanni Paolo II tornò a sottolineare l'importanza del canto e della musica nella liturgia e il loro contributo all'azione evangelizzatrice. Canto e musica da non considerare semplici “contorni” o “abbellimenti” del rito, ma elementi con una loro propria dignità e un loro ruolo specifico nell'economia della preghiera. Un momento essenziale, che entra a pieno titolo in quell'atteggiamento che sant'Alfonso Maria de' Liguori (non per caso egli stesso autore di tante canzoni a tema sacro) aveva riassunto nell'assioma «chi prega si salva», invitando con questo a fare di ogni nostra manifestazione un momento di lode al Signore.
Quanto poi all'evangelizzazione attraverso la musica e il canto Benedetto XVI – grande appassionato di musica e musicista egli stesso – nel 2012 ricordò come «la Costituzione conciliare sulla liturgia ricorda l'importanza della musica sacra nella missione ad gentes ed esorta a valorizzare le tradizioni musicali dei popoli. Ma anche proprio nei Paesi di antica evangelizzazione, come l'Italia, la musica sacra – con la sua grande tradizione che è propria, che è cultura nostra, occidentale – può avere e di fatto ha un compito rilevante, per favorire la riscoperta di Dio, un rinnovato accostamento al messaggio cristiano e ai misteri della fede. Pensiamo alla celebre esperienza di Paul Claudel, poeta francese, che si convertì ascoltando il canto del Magnificat durante i Vespri di Natale nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi... E vorrei sottolineare che la partecipazione attiva dell'intero Popolo di Dio alla liturgia non consiste solo nel parlare, ma anche nell'ascoltare, nell'accogliere con i sensi e con lo spirito la Parola, e questo vale anche per la musica sacra. Voi, che avete il dono del canto, potete far cantare il cuore di tante persone nelle celebrazioni liturgiche».
L'invito rinnovato qualche giorno fa da papa Francesco agli “Alunni del Cielo”, gruppo di giovani che dal 1968 annuncia il Vangelo attraverso la musica e il canto con concerti in tutta Italia e in Europa, ad «avere cura della propria vita interiore, senza lasciarsela “rubare” dal frastuono mondano», e a diffondere «un messaggio di pace e di fraternità, superando ogni frontiera», va esattamente in questa doppia direzione che unisce santificazione personale ed evangelizzazione. Ricordando, in proposito, la figura del fondatore di questo gruppo, il gesuita padre Giuseppe Arione, il quale «realizzando gli orientamenti del Concilio Vaticano II per una Chiesa in dialogo con il mondo contemporaneo, nel 1968 oppose alla contestazione l'atteggiamento dell'accoglienza» e «si dedicò a una forma di apostolato che utilizzava la musica e il canto come linguaggi capaci di trasmettere in modo universale la bellezza e la forza dell'amore cristiano». Andando con questo fine «“ai crocicchi delle strade”, anche in luoghi fino ad allora inesplorati dalla Chiesa, per incontrare i ragazzi e i giovani là dove essi si ritrovavano e si organizzavano. A tutti, indistintamente, si rivolse con empatia e benevolenza, proponendo un cammino di fede e di fraternità». Un «carisma» da portare avanti «rinnovandolo nelle forme ma conservandone l'ispirazione profetica, ancora valida e attuale». Perché anche questo è un modo per «essere Chiesa missionaria, capace di contagiare e attirare coloro che attendono, magari senza saperlo, l'incontro con Gesù». Sempre ricordando, tuttavia, «che, più ancora che per la bellezza dei vostri canti, vi riconosceranno come discepoli e testimoni di Cristo se vi amate gli uni gli altri come Lui ci ha amati. Perciò siete chiamati a essere un cuore solo e un'anima sola».
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