L'accanimento mediatico e quella tentazione di spegnere tutto
giovedì 23 novembre 2023

Alle sette del mattino dal cellulare sul comodino una nota acuta, un “ding” fastidioso come il sibilo di una zanzara. Le ultime notizie, lo so, sono abbonata. Poi, uno dopo l’altra, newsletter, comunicati, esternazioni, fakes, news, news. Sono tentata di allungare la mano e zittire il telefono. Ma poi è il mio lavoro, è l’abitudine di una vita passata davanti al pc a vedere scorrere le Ansa: a sussultare al primo lancio, in caratteri maiuscoli, di un nuovo evento, quasi sempre doloroso. Adesso però mi pare di essere ammalata. Infodemia, epidemia dell’informazione.

C’è un accanimento mediatico che si ripete ogni volta sull’ultima sciagura, ma ci si dimentica presto del massacro del 7 ottobre, dei 200 ostaggi nelle mani di Hamas, di Gaza, così come dell’Ucraina. L’informazione nel tempo del web va a onde che si gonfiano, incontrollabili, e cedono solo all’arrivo di quella dopo. L’atroce fine di Giulia Cecchettin ha toccato i vertici di questo impazzimento: da ogni tv, da ogni radio, da ogni sito, in una spirale avvolgente, interviste, ipotesi, accuse. Parte il mainstream della famiglia patriarcale quale colpevole della violenza maschile.

È un coro, un gregge che si accoda. Eravamo asfissiati dalla famiglia patriarcale, e non ce ne eravamo accorti. Io so di madri decise e forti, e padri che cambiano pannolini e spingono passeggini, affettuosi, tutto fuorché autoritari. Patriarchi? Non ne vedo da molti anni. Ieri mattina, intervista ai genitori di Filippo, colti sulla strada della parrocchia. Vanno dal prete, a chiedersi cosa hanno sbagliato. «Non siamo una famiglia patriarcale, siamo contro ogni violenza», geme il padre, schiacciato dal dolore. La moglie piange. Provi una gran pena. Non c’è sciacallaggio in questo vortice attorno a loro, a Giulia, a quel ragazzo fino a ieri “normale”? Lasciateli stare quei genitori, non stanno già soffrendo troppo? E il figlio? Ha solo 22 anni, che ne sarà? Ma un filo di misericordia per il colpevole pare qualcosa di indicibile.

Certo, sorge da queste tragedie un legittimo dubbio: cosa hanno in testa certi figli, e perché sembrano così smarriti? Subito, il toccasana: l’ora di educazione affettiva a scuola. E chi la terrà? E sarà poi, il professore, affettivamente educato? Il vuoto dell’educazione, dramma autentico, in tre giorni oscilla fra il gusto del grand guignol e la psicologia all’ingrosso. E non smettono mai, mai di parlare di Giulia: in tv, sul web, Giulia e Filippo “funzionano”. Ascolti eccezionali. Verrebbe voglia, sul destino terribile di due ragazzi giovanissimi, di fare una pagina bianca: un silenzio di pietà. E poi una riflessione più pacata su ciò che sembra intaccare l’umanità dei nostri figli. (Ci avevano del resto da tanto tempo avvertiti: da Pasolini a Testori a Giussani, di una “mutazione antropologica” in atto, ma in pochi ci hanno badato).

Il cellulare non smette di pigolare. Voglia di schiacciarlo come una mosca. Ma, nel frattempo, Gaza è in macerie, e Israele non si riprende dal 7 ottobre, un eccidio di stampo nazista, poco più di ottant’anni dopo. Vorrei sapere di questo Medio Oriente in fiamme, e del popolo ucraino, ora che arriva il gelo. Ma clicca, clicca, Kiev è l’ultima notizia. Noi, ci si stanca in fretta. Le guerre durano anni, e la nostra attenzione cala come davanti a una soap opera che stanca. Spegnere tutto, fare silenzio. «Quanta saggezza - scriveva Eliot abbiamo perduto nell’informazione?». Spegnere tutto: egoismo, certo. Mi chiedo però se possiamo sopportare un simile carico di informazione quotidiano. Se non ne siamo sommersi, alla fine, e non ce ne resta che stanchezza e senso di impotenza. Mentre ci sarebbe tanto da fare, e non solo a parole, per ricominciare.



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