L’umana tragedia della dittatura nel Brasile del ‘77 è storia e cinema
Kleber Mendonça Filho - L’agente segreto Brasile, Francia, Paesi Bassi, Germania 2025. 160 minuti

Lavora a singhiozzo la memoria, procede per lampi intermittenti e lunghe fasi di buio. Più ancora di quella individuale, la memoria collettiva conosce il blocco in cui il tempo storico si arresta e ristagna se delle sue tragedie (e delle sue epoche felici) nulla viene elaborato, anzi quanto possibile occultato. Figlio di un importante storico brasiliano e passato alla regia dopo molti anni come critico cinematografico, Kleber Mendonça Filho firma con L’agente segreto un film fondamentale nella rielaborazione del capitolo drammatico quanto poco esplorato della dittatura nel Brasile occorsa nell’anno 1977. Già il film di Salles Io ancora resto qui aveva restituito la tensione e i cascami drammatici di questo periodo solo di recente al centro della riflessione storiografica.
Qui, nelle accuratissime quasi tre ore del film di Mendonça Filho sviluppate secondo una geniale partitura narrativa fatta di continue dilatazioni e contrazioni del tempo, a venir scritto è un capitolo di storia dal respiro universale, pur nella specificità della vicenda. Un film sul male della violenza, del sopruso e della menzogna, ma anche un affresco appassionato di un certo mondo, brasiliano e non solo, dove il limite tra l’umano del sapersi incontrare e il disumano del giocare con la morte sono coesistenti e costanti.
Sin dalle prime scene in un distributore di benzina nel nulla del “sertão” pernambucano, con un cadavere di uomo ignoto gettato in un canto, putrescente, ci si immerge in una dimensione arcaica e violenta, impressionante come le maschere di Carnevale che poco più in là sulla strada irrompono a ostacolare il passaggio delle rarissime macchine. Il protagonista Marcelo, uomo in fuga dalla dittatura (interpretato da un grandioso Wagner Moura) quel mondo tragico e funambolico lo conosce e lo diserta, fuggendolo in nome di un amore tenuto stretto in un pugno di ricordi. La violenza umana già da tempo l’ha vista in faccia e con misurata energia (così è il coraggio: una palestra di misura) tenta di lasciarsela alle spalle.
Scenario della sua fuga sapiente e forsennata è (altra protagonista) la città di Recife, fotografata nei suoi chiaroscuri vitali e mortiferi insieme, tra strade, case e frangenti in cui si addensano cupe ma luminescenti antinomie. Così, al di là della congiuntura politica dove il male si insinua e semina morte dopo essersi subdolamente camuffato sotto mentite spoglie, è un universo intero a venirci disvelato. Dove la vita umana è nulla, tragicamente e liricamente futile nel suo passaggio sulla terra. Contro il muro di quella stessa vita la corsa del tempo intanto, compiuto il suo lungo frastagliato giro, va a schiantarsi. La memoria del male commesso resta in tracce utili a giovani studiosi, catalogate su chiavette usb che nessuno avrà forse cuore di consultare. Ferita aperta, pulsante capitolo di storia – storia del cinema compresa.
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