Nel deserto in cerca di sé e di una figlia tra il vasto nulla
Óliver Laxe - Sirât - Spagna, Francia. 115 minuti

Titolo perfetto quello che lo spagnolo Óliver Laxe sceglie per il suo ultimo disturbante e sconvolgente lavoro, un film la cui eco continua a lungo dopo la visione. Termine centrale nella escatologia islamica, “ sirât” significa “strada” nel suo duplice significato di retta via, ma anche di cammino infernale prima di un possibile accesso al paradiso. Lastricata di insidie e disseminata di inferni più o meno metaforici è la strada percorsa dai protagonisti di questo “road movie” che ha al suo centro la strada in senso letterale. Strade impervie quando non inaccessibili, sassose, fangose, a strapiombo su alture aride e lontane da tutto, strade nel deserto tra Marocco e Mauritania, un padre cerca la figlia scomparsa da casa facendosi accompagnare dal fratellino di lei, sono complici nel tentativo difficilissimo eppure speranzoso. Un gigantesco rave nel deserto è il primo scenario, un secondo raduno in mezzo al nulla dovrebbe essere la tappa successiva.
Senza significato apparente, senza snodi narrativi dichiarati, il viaggio procede allo stesso ritmo martellante della musica techno diffusa a migliaia di decibel. Tutto desta apprensione, si fa pericoloso ed essenziale come il deserto, lì dove nulla è casuale e ogni gesto rimbomba, assoluto. Il crinale tra dissolutezza e rettitudine è filo conduttore, gli incontri che inaugurano il viaggio sono con adulti sconnessi, ai margini della società, frequentatori di rave che tra sballi e danze selvagge tentano di auto nobilitarsi come “disertori” alla Boris Vian ma che di fatto annaspano in un nulla che è la loro militanza. Eppure la complicità tra i viaggiatori fa da guida, l’insensatezza lambita di continuo apre spiragli a umanissimo dialogare di padre e figlio con questi nomadi in viaggio senza un vero perché.
«Da tanto tempo è la fine del mondo» dice una di loro mentre distribuito tra due camper scassati e una macchina il gruppo affronta le salite rocciose affacciate sul deserto, un paesaggio sinistro e che si fa allegorico di un nulla che in modo distopico insinua riflessioni sul nostro presente. Da così tanto tempo è la fine del mondo, che questa poi arriva, in un crescendo di drammaticità che turba e anche disturba, come può essere quando il grado di allegoria è molto alto, potente. Perché piaccia o non piaccia la sua estetica di calcolato grande effetto, Sirat è film che affronta grandi questioni (Almodóvar, tra i produttori). Racconta come l’insensatezza divenga tragedia. La fatalità del vivere o morire, corpi affacciati pericolosamente su strapiombi pieni di niente. L’incertezza e la convulsa paura che derivano da un vuoto che tutto permea, e da abissi di mancanza come quelli su cui il film si apre e si chiude. Anche il paesaggio del deserto diviene specchio, allegoria. Un’apocalisse, la distopia di questo viaggio al termine del quale non ci si ritrova tra le mani risposte, né architetture di senso. Tante domande che riecheggiano nella testa, invece.
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