Lei è Ameca: un robot che interroga l’umano
Valerio Jalongo - Wider than the sky - Italia, Svizzera 2025. 83 minuti

Su chi sia refrattario o si senta spaventato da quanto concerne l’intelligenza artificiale, il film di Valerio Jalongo agisce un po’ come un balsamo. Spiega, racconta, ma anche tranquillizza, offrendo una versione “in chiaro” degli scenari che potrebbero aprirsi per noi, gli umani. Suadente, un robot azzurrino a nome Ameca, sul retro del cranio fili e cavi come fossero nervi e muscoli, sorride, gli occhi luminescenti, le belle labbra perfettamente dischiuse, la testa che ruota sull’ingranaggio del collo con movimenti dolci e semi-umani. A ogni domanda del suo artefice/ingegnere, Ameca risponde dopo essersi fermata a riflettere, poi rassicura l’uomo. La voce è carezzevole, il tono pacato, convincente. «Percepiamo tutto in altro modo da voi», spiega con la voce metallica che articola la sua intelligenza artificiale sì, ma acuta, riflessiva, quella pure semiumana; «perché noi generiamo le nostre emozioni a partire dalle esperienze, e sta a noi scegliere quali emozioni provare». Valerio Jalongo riesce a creare un personaggio “AI”, un robot, immaginandone la voce e il ragionare quasi autonomo senza esagerare in senso né iper umanoide, né iper alieno. Il risultato è appunto, rassicurante (un po’ troppo). Ameca e le sue risposte risultano soavi, lei quasi ci intenerisce e ci seduce. In stesso modo, competizioni tra droni creati artificialmente e altri invece pilotati da umani vedono vincere sempre i primi, ma senza che la supremazia dell’automatizzato crei sgomento in nessuno.
Un’alleanza sembra stabilirsi tra noi e il mondo artificiale e solo qualcuno qua e là tra gli intervistati insinua la possibilità del pericolo concreto di una presa di potere da parte dell’artificio a nostro (imprevedibile ma indubbio) danno. Italiano con nazionalità svizzera e alle spalle diversi esperimenti tra cinema e documentario, Jalongo immagina un futuro non spaventoso né poi così distante dall’umano. C’è chi interpellato sottolinea la deriva antidemocratica della teocrazia, ma tutto il film va verso un domani all’insegna di collaborazione tra naturalità e artificialità del pensare. La visione è poetica, a cominciare dal titolo («La mente è più ampia del cielo» è un verso di Emily Dickinson).
L’ampiezza di spettro della mente umana si fa garanzia per il nostro avvenire, argine al possibile dominio di quanto umano non è. I ricercatori intervistati concordano su questa visione “solidale”. Neuroscienziati (Antonio e Hanna Damasio), artisti (la coreografa Sacha Waltz e la sua unitissima compagnia di danzatori): ognuno esprime fiducia in un’alleanza possibile con l’IA. Troppe chiavi a lei (IA, o Ameca che dir si voglia) sono state affidate senza bene sapere come le utilizzerà. Questo però lo dice un solo esperto, di sfuggita, prima che sullo schermo riprendano a scorrere lunghe sequenze coloratissime di neuroni, bit, droni.
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