Il triste delitto della prof blandita e illusa dal suo allievo
Nicolangelo Gelormini - La gioia Italia 2025. 108 minuti

Dove si annida l’umano, in un’abominevole vicenda di crimine e di sfruttamento e manipolazione? Tratto da un lavoro teatrale ispirato a una storia vera (il delitto nel 2016 della professoressa Gloria Rosboch da parte di un suo ex studente), La gioia di Nicolangelo Gelormini è un film che turba e lascia dubbiosi. La sceneggiatura (Premio Solinas 2021) rende credibile l’incontro tra i due protagonisti/artefici dell’architettura di un’illusione. Lei è un’insegnante di francese (bravissima Valeria Golino), più che quarantenne zitella che nella periferia torinese abita con gli anziani genitori, costretta in una crisalide piccolo borghese fatta di frustrazione e romantico infantilismo. Lui, bello e dannato (Saul Nanni), è un giovane sin dall’infanzia manipolato da un mondo adulto allo sbando, di persone che abusano di lui e della sua bellezza, che lo plagiano e lo costringono, col risultato di renderlo in tutti i sensi pericoloso.
Ecco che allora il ragazzo abusato incomincia ad abusare; manovrato, a manovrare a sua volta; ingannato, a ingannare. Seduce la tutt’altro che avvenente insegnante come è solito sedurre chiunque, tranne che qui la preda è più facile e più difficile insieme, e l’incontro con la goffa donna, diverso dagli altri. Si stabilisce tra i due un contatto che per un tempo diventa di due anime. Anime sole, ferite, marginalizzate e marchiate dai diversi ma ugualmente ingrati destini. Lei, Gioia (che antinomico nome, considerando le rughe, gli occhiali spessi di miope, le movenze tristi), al ragazzo dà ripetizioni di francese. Insegna a leggere e capire Flaubert e Victor Hugo a lui che è piuttosto personaggio stendhaliano, un Julien Sorel a tinte tutte contemporanee. Lui invece a lei regala l’illusione di poter esistere, finalmente alzare la testa e essere. Per folle capriccio prima che per calcolo, è irretito da questa donna anodina e patetica, pietosa perché ispira pietà, ma anche per quanto lei stessa sa provarne.
Nel loro assurdo incastro, dal primo istante rischiosissimo eppure esplosivo, in questo incontro quasi d’amore in cui la storia di finzione più sembra discostarsi dai fatti realmente accaduti sta il nervo debole del film. Il ragazzo aitante e diabolico tratteggiato come inerme vittima di un sistema socialmente derelitto (una Torino classista dove non si fa che inseguire il denaro, più di tutti la madre del ragazzo impersonata da una Jasmine Trinca qui un po’ opaca). Il risultato è che l’intento di voler troppo sviscerare il versante umano della banalità e insensatezza del compiere il male si risolve in un perdere di vista quello stesso nucleo umano. La gioia è un film spietato, che toglie il respiro per la tristezza di trama e personaggi, per lo squallore delle fosche ambientazioni, ma anche per come la lettura troppo psicologica si incaglia in un vuoto di morale, di riscatto, di possibile epilogo. A dare ossigeno c’è il montaggio (firmato da Chiara Vullo), davvero notevole.
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