Il registro comico non si addice ad Ali Asgari
Ali Asgari - Divine Comedy - Iran, Italia, Francia, Germania, Turchia - 2025. 98 minuti

Se si decide di raccontare tragedie in forma di commedia, di farsa, l’epilogo può essere anche più amaro di quanto accade se si è scelto un altro registro, non lieve e invece più aderente a una difficile compagine reale. Il risultato certo dipende dal grado di farsa, dalla tonalità scelta per colorare la commedia, ovvero il livello di leggerezza stabilito e impostato proprio come si trattasse del volume di una colonna sonora.
Equilibrio molto sottile quello che - se raggiunto - rende universale una storia per come arriva a narrare un dramma utilizzando toni sfumati e briosi anziché drammatici. Quel genere di equilibrio non benissimo calibrato nel film di Ali Asgari, che approda nelle sale italiane proprio in giorni particolarmente atroci per la vita degli iraniani che si oppongono al regime. Leggerezza e gravità stanno miscelate in un’architettura non davvero incisiva. Seguiamo con partecipe simpatia un regista attivista insieme alla fidanzata che lo scorta in motocicletta per le strade di Teheran, in sottofondo note di jazz che scivolano dolci come si trattasse di tutto lasciar scivolare. Lui, occhialuto e trasandato, riflette su un film che ha in mente di fare nel mentre anche cerca come organizzare la proiezione di un altro già realizzato.
Politicamente esposto, a differenza di un fratello gemello lui anche regista ma piegato alle leggi del regime, si dibatte tra dubbi che sono specchio dello smarrimento di un intero Paese annichilito sotto il peso di una feroce dittatura, ma che narrati in chiave di commedia anch’essi stentano ad acquisire spessore universale. Classe 1982, dopo il più cupo ma anche più compatto e potente Kafka a Teheran, qui Ali Asgari scegliendo la strada della commedia opacizza i propri intenti. Aggraziata, la sequenza di quadretti lungo cui si dipana il filo narrativo lambisce troppo spesso un margine di inconsistenza, e la vicenda non riesce a incastonarsi nella nostra
memoria. Notevole il finale, quando durante la proiezione del “vecchio” film nella elegante casa privata di una mecenate, un cane lupo accoccolato in prima fila tra il pubblico incomincia ad abbaiare furioso in risposta al latrare di altri cani immortalati nelle prime scene del film. Gag squisitamente cinematografica, di una comicità catartica subito prima che la tragedia non irrompa sotto forma di controllo, censura, ma anche di assoluto disorientamento come è per un regime agonizzante nella furia e insensatezza della propria crudeltà. In un rinomato incipit, Karl Marx parlava del ripetersi due volte, la prima tragica, la seconda farsesca, di ogni grande avvenimento della Storia. Se con il precedente Kafka a Teheran Asgari con asciuttezza ci restituiva il dramma quotidiano della vita in Iran, qui la scelta del versante grottesco di stessa tragedia non coglie altrettanto nel segno.
Questione di tonalità, senza nulla togliere a un film gradevole, ma poco robusto nell’ossatura.
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