Un racconto al femminile dalle tinte troppo cupe

Mascha Schilinski - Il suono di una caduta - Germania 2025, 149 minuti
March 4, 2026
Un racconto al femminile dalle tinte troppo cupe
Una madre ripiegata sui propri rimorsi, magrissima, sempre tesa, assediata da una nausea costante e da tragedie non solamente subìte, anche in modo drammatico provocate. Un’altra madre, una generazione più tardi, che di una lieve ma progressiva assenza mentale ha fatto il proprio scudo protettivo: ride quando dovrebbe piangere, piange quando dovrebbe ridere, e solo così riesce a sopportare l’esistenza. Un’altra madre ancora, che nell’illusione del seguire bene la vita delle due figlie, si lascia sfuggire l’essenziale.
La regista berlinese Mascha Schilinski (classe 1984) mette al centro del suo racconto transgenerazionale un luogo, una fattoria nel nord della Germania, romita in mezzo a valli verdi e vicina a un fiume dalle torbide acque. Disposte a raggiera attorno a una grande aia, poche abitazioni, un fienile, una porcilaia. Una quercia dai molti rami su cui arrampicarsi è magico e rischioso. Un ragazzo bello e mutilato, chiuso in una stanza. In questo scenario si intrecciano legami, tradimenti, fughe dalla realtà, oniriche fantasie, solitudini assordanti.
L’affresco che la cinepresa compone, un ritratto corale quasi solo al femminile, è dolente e tetro. Se esteticamente a tratti cattura, grazie a tinte seppia e luci ben saturate, ritmo e ambientazione risultano però spettrali tanto quanto ciò che accade. Premiato dalla Giuria dell’ultimo Festival di Cannes, Il suono di una caduta è film le cui intenzioni narrative si incagliano nel loro proprio eccesso. Esagerato non solo nei propositi, anche nei risultati, non manca di suggestioni preziose. Sono a loro modo poetiche le traiettorie di sguardi, questi pure soprattutto di donne, puntati su altri universi femminili. Una bambina diafana e bionda, dal simbolico nome di Alma, gli occhi
freddi e severi, assorbe e introietta le ombre di quanto le accade intorno e di tutto il resto lei invece riscrive nella fantasia. Il suo acuto sguardo infantile, a volte trasognato, quasi sempre malinconico e incline all’angoscia, sarà lo stesso sguardo di altre giovanissime donne di generazioni successive. Le ossessioni dell’infanzia lavorano, scavano, erodono, i segreti dei legami di famiglia provocano tragedie e sedimentano tortuose psicogenealogie; avverandosi, destini inconclusi impediscono il fiorire sereno di esistenze future. E tuttavia l’enfasi continua sul dramma, il nascondere, il mentire, il morire, opacizza una storia che narrata in altro modo avrebbe potuto trasmetterci ben di più.
Curatissima e lenta, la regìa non centra il bersaglio di quella che parrebbe essere la sua ambizione – descrivere tormento e repressione della vita delle donne con una forma narrativa sincopata tra passato e presente di diverse generazioni (che nostalgia di Heimat, il capolavoro di Edgar Reitz). Troppo introspettiva e a tinte cupe e mortifere, l’atmosfera del film di Mascha Schilinski ne offusca la forza di racconto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA