Lo sguardo di una bimba su una Taipei dai molti volti
Shih-Ching Tsou - La mia famiglia a Taipei - Taiwan 2025. 108 minuti
Taipei dalle tante luci, snodi stradali affacciati su uno skyline cangiante. Le due donne più grandi ci stanno tornando a vivere dopo un’assenza, agli occhi della piccola invece tutto è nuovo, la gioia le sprizza dagli occhi mentre aggrappata alla sorella gira in motocicletta, quando vivace e inesauribile disegna, gioca, va a scuola, subito dopo con disperazione piange se incidenti inattesi mandano in frantumi l’allegria.
È una bambina carinissima e un po’ magica, per come si fa carico di ogni tensione adulta ma anche sa contenerla senza farsene sommergere. La fatica della vita di sua madre, seri problemi di denaro tenuti nascosti con vulnerabile dignità, i rapporti sempre tesi con l’altra figlia. Le strane maniere, ambigue e altezzose, dei nonni materni appena ritrovati. Tutto la bambina registra e rielabora, con uno sguardo che nel miracolo della regia di Shih-Ching Tsou diventa anche il nostro.
L’entusiasmo infantile contagia, ma anche quel “disordine e dolore precoce” che è l’infanzia, fa commuovere, scardina i nostri giudizi accostandoci al nucleo di questa storia famigliare. Perché il magnetismo della bambina protagonista conta un’innocenza “a metà”, ricordandoci quanto l’infanzia sia anche un violento, tumultuoso percepire male e bene. Il nonno tradizionalista e rovinoso nell’assenza di sensibilità colpevolizza la nipotina mancina dicendole che la sinistra è “la mano del diavolo”. Un appunto che fa da vaticinio, cui lei crede al punto da incominciare di lì una serie di atti colpevoli, inutili. Tra rocamboleschi avvenimenti e troppi non detti degli adulti, vince la forza di quella particolare consapevolezza che una vita difficile sviluppa nello sguardo infantile tanto da renderlo sapienziale.
La città costellata di incontri e reincontri, casuali, tossici o provvidenziali, ospita dolori e gioie di madre e figlie legate dal filo invisibile di un amore tenace. Anche quando nel tumulto dell’ultima parte del film la famiglia affiora come struttura disfunzionale in ogni sua deriva, l’ago di ogni eventuale equilibrio oscilla negli occhietti furbi e traboccanti emozione della piccola I-Jing. Non succede spesso che l’infanzia venga restituita nella sua essenza di età molto più che “solo” innocente. Quando succede, si amplia l’orizzonte, ecco aprirsi mente e cuore.
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