Finalmente si prova a regolare le lobby
La Camera ha approvato in prima lettura la proposta di legge che regolamenta in modo sistematico l’attività di lobbying. Un percorso da seguire con attenzione
La scorsa settimana la Camera ha approvato in prima lettura la proposta di legge che regolamenta in modo sistematico l’attività di lobbying. Il fatto, su cui è intervenuto su questo giornale anche Michele Tiraboschi, merita una sottolineatura per svariati motivi. Tanto per cominciare l’approvazione è avvenuta senza voti contrari. Il che, soprattutto in un contesto così fortemente polarizzato come quello della campagna referendaria, rappresenta di per sé una rarità. Le opposizioni si sono astenute per il mancato recepimento di alcuni emendamenti, ma si è andati vicini all’unanimità. L’Italia è ancora priva di un’organica «disciplina dell’attività di relazioni istituzionali per la rappresentanza di interessi» (questo il titolo ufficiale della proposta in esame), a differenza di quanto avviene in altri Paesi in cui la materia è da tempo oggetto di normative specifiche. Le lobbies ci sono e sono attivissime. Il loro ruolo può condizionare (e talvolta condiziona effettivamente) l’attività delle istituzioni, quindi è molto importante assicurare il più possibile limiti e trasparenza. A questo profilo di sistema se n’è recentemente aggiunto un altro molto delicato sul piano politico, come le cronache hanno dimostrato: la riforma restrittiva del reato di traffico d’influenze illecite operata nel 2024 attraverso il ddl Nordio. Riforma al centro di polemiche e anche di ricorsi alla Corte costituzionale, tra cui quello del tribunale di Roma che ha sollevato davanti al giudice delle leggi la questione della compatibilità delle nuove norme con gli obblighi internazionali del nostro Paese, segnatamente quelli discendenti dalla Convenzione penale sulla corruzione di Strasburgo. Nella sentenza n.185 dello scorso dicembre, la Consulta ha respinto il ricorso sostenendo che l’interpretazione del ddl Nordio rientra nei margini di discrezionalità del legislatore nazionale. E «ciò anche in relazione – si legge nel comunicato della Corte – alla persistente mancanza di una disciplina del lobbying, che consenta di tracciare una chiara linea distintiva “tra illegittime e legittime forme di intermediazione con i pubblici ufficiali, finalizzate a rappresentare e sostenere interessi di singoli individui e imprese, ovvero interessi diffusi e collettivi, nei confronti della pubbliche amministrazioni e dello stesso legislatore”». Di qui l’invito a provvedere al varo di tale normativa che potrebbe «consentire al legislatore di rimeditare le attuali scelte in materia di disciplina penale del traffico di influenze illecite, sì da assicurare una più incisiva tutela degli stessi interessi collettivi – essi pure di rango costituzionale – all’imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione contro condotte di indubbia gravità, che restano oggi del tutto sprovviste di sanzione». Per sapere se il contenuto della proposta di legge, sintesi delle iniziative di diversi gruppi, sia tale da soddisfare le esigenze rilevate dalla Consulta, bisognerà attendere il completamento dell’iter parlamentare. Dopo il sì della Camera, al Senato il testo potrebbe subire delle modifiche, già adombrate nella scelta delle opposizioni di astenersi e non votare a favore. È un percorso da seguire con attenzione perché dietro una questione apparentemente per “addetti ai lavori” sono in gioco valori e principi di democrazia.
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