Il ballottaggio per i sindaci? Strumento di democrazia

Nel ddl si stabilisce che nei Comuni con oltre 15 mila abitanti sia sufficiente ottenere il 40% dei voti per essere eletti. Attualmente se non si raggiunge la maggioranza assoluta si va al secondo turno. Che verrebbe così di fatto eliminato. Eppure si tratta di un meccanismo che ha dato ottima prova di sé
January 25, 2026
Con la ripresa dell’attività parlamentare a gennaio, nella commissione affari costituzionali del Senato è ripartito l’iter del disegno di legge che modifica il sistema elettorale del Comuni (è il n.1451), fermo dal 30 ottobre per la sessione di bilancio. Un percorso lontano dai riflettori ma che tocca uno snodo politicamente nevralgico. L’obiettivo della coalizione che esprime l’esecutivo è quello di rendere praticamente residuale il ricorso al ballottaggio nell’elezione dei sindaci dei centri più grandi, nonché di abolire la possibilità di voto disgiunto tra liste e candidati sindaci. In entrambi i casi, infatti, la maggioranza ritiene che le opzioni di cui si discute avvantaggerebbero le opposizioni. Di questo ci siamo già occupati nella rubrica, ma rispetto al passato l’evoluzione del quadro politico ha reso il dibattito ancora più urgente e significativo in termini di sistema. Più urgente perché in primavera si svolgerà una tornata di elezioni comunali e i partiti della coalizione di governo ovviamente vorrebbero approvare le nuove regole in tempo utile per la consultazione amministrativa.
Per quanto riguarda il ballottaggio, nell’unico articolo del ddl si stabilisce che nei Comuni con oltre 15 mila abitanti sia sufficiente ottenere il 40% dei voti per essere eletti sindaci. Attualmente se non si raggiunge la maggioranza assoluta si va al secondo turno. Non sfugge la circostanza che il 40% sia una soglia agevolmente alla portata della coalizione di governo, ma tutto sommato anche delle opposizioni (sempre che si presentino unite). Di fatto quindi il ballottaggio tenderebbe a scomparire o a diventare del tutto marginale. Eppure si tratta di un meccanismo democratico che ha dato ottima prova di sé sin dal 1993 e in virtù del quale il sindaco eletto direttamente, con il suo corredo di poteri anche personali, dev’essere scelto dalla maggioranza assoluta dei votanti. Cambiare il sistema e per di più a ridosso delle elezioni non trova giustificazioni convincenti al di là degli interessi di schieramento.
Ora poi la questione dei Comuni si intreccia con la più generale questione politica della riforma elettorale nazionale. L’accelerazione sui sindaci è stata letta da molti osservatori anche come mezzo di pressione sui partiti del “campo largo”. Com’è noto il sistema ipotizzato dalle forze di governo per il Parlamento è un proporzionale con premio di maggioranza. Premio che scatterebbe con il 40% dei voti. Il dispositivo è ancora tutto da definire in aspetti molto rilevanti, ma colpisce che la soglia sia la stessa dei sindaci e verosimilmente per analoghi motivi. Questa percentuale, oltre a essere abbordabile da entrambi gli schieramenti, ha in più un pregio specifico: è stata sdoganata dalla Corte costituzionale nella sentenza sull’Italicum. La legge elettorale di Renzi è stata bocciata per altri motivi dalla Consulta che però (semplificando) ha ritenuto proporzionato un sistema che attribuisse il 55% dei seggi a fronte del 40% dei voti. Ma da allora lo scenario della rappresentanza è profondamente mutato. La sentenza è del 2017, nelle politiche precedenti, quelle del 2013, l’affluenza era ancora del 75% e la quota del 40% poteva essere considerata una base di legittimazione popolare sufficiente. Ma con i livelli di astensionismo attuali, ci possiamo permettere una democrazia del 40%?

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