In fuga da Cuba: così la grande crisi svuota l'isola
di Lucia Capuzzi, inviata all'Avana
Dal 2022 almeno 2,5 milioni di persone hanno lasciato il Paese: l'esodo più massiccio della sua storia. Rimasti soli gli anziani lottano per sopravvivere. E il governo non riesce a silenziare il malcontento

Lento e inesorabile, il bastone arpiona il selciato schivando buche e cumuli di immondizia. I piedi lo seguono fiduciosi. Mirticeli avanza: il portamento eretto nonostante l’evidente fatica, i capelli d’argento arrotolati in uno chignon, i vestiti lisi eppure puliti e ben stirati. Le dita affusolate stringono la stampella con la stessa determinazione con cui impugnavano il gesso di fronte alla lavagna. Sono passati vent’anni ma, dietro le rughe, il volto di Mirticeli è ancora quello della «maestra». La salutano così i volontari nel porgerle il sacchetto di plastica dentro al quale c’è la vaschetta di riso con pollo, patate e zucchine lesse. Una delle 104 preparate poche ore prima nella cucina della parrocchia della Vergine della Carità del Rame. I fedeli le distribuiscono agli anziani soli del quartiere, identificando i più fragili fra i fragili. Nelle chiese i gruppi di aiuto si moltiplicano, con il sostegno di Caritas, Sant’Egidio e Movimento Giovanni XXIII. Le necessità sono enormi. Le “bodegas”, gli empori di Stato con prezzi a misura delle pensioni da 8 dollari al mese, sono vuote. I nuovi negozi, nati dalla riforma del governo di Miguel Díaz-Canel, con scaffali pieni di merce a costo di mercato, sono inaccessibili per chi non riceve rimesse dall’estero. Come la maestra Mirticeli. Uno dei superstiti al naufragio della Rivoluzione.
Le vite che si aggirano su via Belascoaín e nel resto del centro dell’Avana, l’hanno vista affermarsi, tradirsi, fallire, resistere, fallire ancora. L’hanno condivisa, subita o rifiutata in tutte le sue contraddizioni. Fino a restarne incagliate: relitti abbandonati sulla spiaggia dall’onda del “grande esodo”. I figli e i nipoti sono partiti: alcuni da tempo, la maggioranza dalla crisi innescata dall’indurimento dell’embargo da parte della prima Amministrazione Trump, dal blocco del turismo per il Covid, dal flop del «riordino» dell’economia del governo di Miguel Díaz-Canel e dalla brutale repressione delle proteste del 2021. Almeno 2,5 milioni di abitanti hanno lasciato Cuba negli ultimi tre anni: l’emigrazione più massiccia nella storia dell’isola.«Otto su dieci avevano tra i 15 e i 59 anni. Soprattutto donne, nel 57 per cento dei casi. La perdita di persone in piena età lavorativa e riproduttiva ha avuto un forte impatto, con il drastico calo delle nascite. Al contempo, la speranza di vita si è ridotta per il peggioramento delle condizioni economiche, mentre la mortalità infantile è quasi raddoppiata e il Paese è scivolato dal 51esimo al 95esimo posto nella classifica globale di sviluppo umano in meno di due decenni. Nell’attuale congiuntura nazionale, la demografia fa la parte del canarino in miniera. I dati sulla popolazione rivelano l’emergenza in atto: Cuba è vicina al punto di implosione. I campanelli d’allarme suonati dagli esperti sono stati, però, finora ignorati». Juan Carlos Albizu Campos, prestigioso economista, demografo e ricercatore del Centro cristiano di riflessione e dialogo, è stato fra i primi a studiare l’emorragia migratoria. E la contrazione della popolazione: il 18 per cento solo tra il 2022 e 2023, sostiene. Perfino le statistiche ufficiali hanno dovuto ammettere il calo, pur contenendolo entro il 10 per cento.
L’assenza è una presenza costante all’Avana. La si vede nelle persiane lasciate penzolare sbilenche dalle facciate di palazzi disabitati, nelle sedie vuote delle aule universitarie, nelle bici sgangherate dimenticate negli androni dei condomini in cui l’età media è sempre più alta. Chi va via lascia indietro ciò che non può essere portato, inclusi quei pezzi di famiglia per cui è quasi impossibile ricostruirsi un’esistenza altrove. Gli anziani, soprattutto per i quali, a lungo, il flusso di denaro degli espatriati è stato il principale sostegno. Con l’attuale giro di vite di Washington – la chiusura, uno dopo l’altro, dei canali migratori legali e la caccia indiscriminati agli irregolari -, però, tanti migranti non riescono più a lavorare. E a mandare il denaro a casa. Una condanna alla miseria estrema per i pensionati cubani. I quali – fatto inedito alla Rivoluzione – manifestano senza remore il proprio scontento sempre più forte.
Stroncata dalla sfilza di arresti e di condanne esemplari, la “rivolta della fame” del luglio 2021 – che aveva portato in piazza migliaia e migliaia di cittadini esasperati dalla crisi - si è trasformata in un’inquietudine permanente. «I cubani hanno aperto gli occhi e non li hanno più richiusi», dice Manuel Cuesta Morúa, politologo e dissidente di lungo corso, che parla di «normalizzazione della protesta, diventata ormai sistematica e costante». Il Centro studi cubano sui conflitti ha registrato 600 picchetti, cortei, sit-in nel corso del 2025: rivendicazioni localizzate per obiettivi e partecipazione a cui il governo risponde con la strategia di «calmare e colpire». I leader vengono incarcerati ma, al contempo, molte delle istanze sono soddisfatte in modo da allentare la tensione. «Alzare la voce non è più un tabù – sottolinea l’attivista e esponente tra i più lucidi del Consiglio per la transizione democratica che raggruppa le differenti componenti dell’opposizione storica –. Questo potrebbe aprire nuove opportunità, tanto più che l’insuccesso delle riforme economiche ha creato fratture all’interno della nomenclatura. I funzionari di medio livello hanno compreso l’urgenza di riforme reali». Proprio ciò che hanno chiesto i vescovi dell’isola nel documento della settimana scorsa, ripreso da papa Leone, al termine dell’Angelus. «In questo contesto, le minacce di Trump non aiutano. È uno dei pochi punti su cui l’intero Consiglio concorda». Un vecchio adagio cubano recita: «Chi definisce, disegna». «Non può essere il capo della Casa Bianca a farlo. Il nazionalismo, non il socialismo, è il cuore della Revolución. Lo spettro di un intervento non fa che alimentarlo, rafforzando il regime – conclude il leader oppositore –. Con un colpo di mano si toglie o si prende il potere, non si realizza un cambiamento autentico. Ciò di cui l’isola ha necessità. La maestra Mirticeli non sa se lo vedrà. «Dipende se prima non crolla tutto», dice mentre si incammina nell’inverno anomalo – con temperature inedite da 0 gradi – dell’Avana.
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