«Per i poveri e per gli immigrati»: New York secondo il nuovo arcivescovo Hicks
di Elena Molinari, New York
Alla cerimonia di insediamento ha salutato i latinos: ho a cuore la cultura ispanica. «Siamo chiamati a essere Chiesa missionaria, che costruisce ponti, ascolta e realizza unità»

Un episcopato orientato all’incontro e alla cura, aperto ai migranti e all’enorme diversità di una metropoli come New York. Tre colpi alla porta dorata della cattedrale di St. Patrick, nel cuore di Manhattan, seguiti dall’ingresso nella chiesa tra gli applausi, hanno segnato l’insediamento di Ronald Hicks come undicesimo arcivescovo di New York e aperto una nuova pagina nella storia di una delle diocesi più grandi e simboliche degli Stati Uniti. Oltre duemila fedeli nella navata gremita, oltre a centinaia di persone fuori, hanno accolto il cinquantottenne, originario dell’area di Chicago.
Hicks succede al cardinale Timothy Dolan, che ha guidato l’arcidiocesi per 17 anni e ha lasciato l’incarico per limiti di età. Un passaggio di testimone che segna uno spostamento di accenti pastorali e di stile. Hicks, fino a venerdì vescovo di Joliet, in Illinois, è infatti considerato un pastore vicino alla sensibilità del Papa e attento alle sfide sociali e culturali delle grandi metropoli come quella di New York: una comunità di oltre 2,5 milioni di cattolici tra Manhattan, Bronx, Staten Island oltre alle contee a nord della città. Dal pulpito, ha subito delineato la sua rotta: «Siamo chiamati a essere una Chiesa missionaria, che evangelizza e mette la fede in azione. Una Chiesa che si prende cura dei poveri e dei vulnerabili, che costruisce ponti, ascolta e promuove l’unità», ha detto durante l’omelia. Più volte ha richiamato il modello di una comunità che non sia «un club per i suoi membri», ma una realtà capace di servire tutti.
Il riferimento ai migranti e alla diversità culturale della città Hicks lo ha fatto in spagnolo, accogliendo simbolicamente la vasta comunità latinoamericana di New York: «Non avete un vescovo che parla solo spagnolo, ma uno che ha un grande cuore per la cultura latina e per il popolo ispanico». Parole accompagnate dalla scelta di includere inni e parti della liturgia in lingua spagnola. Un gesto pastorale che richiama la centralità dell’accoglienza e della dignità umana.
Il messaggio di apertura verso gli immigrati si inserisce in continuità con quello del Papa e con la tradizione sociale della Chiesa, in un momento in cui la stretta di deportazioni di massa dell’Amministrazione Trump si è intensificata in tutto il Paese, compresa la Grande mela. «New York è ricca di energia, lingue, culture e persone — aveva dichiarato in precedenza ad Avvenire —. Sono molto consapevole che questi sono giorni complessi e impegnativi, soprattutto mentre affrontiamo questioni legate alla vita, alla fede, alla giustizia, alla pace e alla guarigione. Eppure sento ancora la speranza che tanti hanno portato sulle nostre rive, arrivando proprio in questo porto di New York, compresa la mia stessa famiglia». Quindi aveva promesso di lavorare «per mantenere viva quella speranza e rendere reale la promessa della porta dorata, agendo nel rispetto reciproco e impegnandomi a difendere la dignità umana». Il nuovo arcivescovo condivide con il Papa non solo l’attenzione ai più vulnerabili, ma anche radici e percorso. Entrambi sono cresciuti nell’area di Chicago (a una decina di isolati di distanza, ha evidenziato Hicks) ed entrambi hanno esperienze missionarie in America Latina: Hicks ha infatti lavorato per cinque anni in El Salvador, dirigendo un programma per orfani e bambini abbandonati attivo in nove Paesi. Lì ha maturato una visione pastorale centrata sulle periferie umane e geografiche. I due si sono incontrati per la prima volta nel 2024, quando l’allora cardinale visitò una parrocchia dell’Illinois. Da allora è nato un rapporto di stima che oggi si traduce in un ponte diretto tra il Vaticano e una delle capitali simboliche del cattolicesimo statunitense.
La differenza rispetto al predecessore Dolan si coglie soprattutto nello stile. Se Dolan ha incarnato una guida carismatica e influente nel dibattito pubblico e politico, Hicks insiste su un profilo pastorale e missionario. «Non voglio essere visto come il presidente di una grande organizzazione – ha spiegato –. Sono chiamato a essere un pastore, un buon pastore». Un approccio che privilegia l’ascolto, la cura delle ferite e il coinvolgimento delle comunità.
Tra le priorità indicate c’è infatti anche la tutela dei minori, la guarigione per le vittime di abusi, il dialogo tra culture e generazioni, la difesa della vita «dal concepimento alla morte naturale». L’arcidiocesi sta affrontando il delicato processo di risarcimento alle vittime di abusi del clero e Hicks ha assicurato impegno per trasparenza e responsabilità: «Non possiamo mai fermarci nel prevenire abusi e sostenere i sopravvissuti».
Nato nel 1967 a Harvey, sobborgo di Chicago, figlio di due insegnanti, Hicks è cresciuto in una famiglia cattolica del Midwest. Dopo studi in filosofia e teologia, è stato vicario generale e vescovo ausiliare a Chicago, quindi vescovo di Joliet. Un percorso segnato dall’attenzione alla formazione e alla missione, come ha confermato il cardinale Blase Cupich di Chicago parlando del suo ex vescovo ausiliare: «L’arcivescovo è un uomo santo, con un cuore per Gesù e per il popolo di Dio. Saprà abbracciare la diversità della sua nuova arcidiocesi». Hicks non ha rinunciato a un tocco di ironia: «La mia prima dichiarazione controversa? Sono tifoso dei Cubs», ha scherzato, parlando della squadra di baseball di Chicago, tra i sorrisi dei fedeli, che hanno soprattutto apprezzato la sua promessa semplice e diretta: «Amo Gesù con tutta la mia mente e il mio cuore. Voglio servire con cuore di pastore».
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