13 ottobre 1962: un Concilio “prefabbricato”? «Anche no»
Al momento dell’elezione delle Commissioni di lavoro la profetica “ribellione” dei vescovi alle pressioni curiali

Durante la prima congregazione generale di sabato 13 ottobre 1962, nella mente dei padri conciliari era ancora viva l’emozione per le parole con cui due giorni prima Giovanni XXIII nella Gaudet Mater Ecclesia aveva dischiuso uno straordinario scenario sui lavori dell’assise. Ora però, dopo l’ispirazione, bisognava far partire la “macchina” del Concilio: e per farla partire davvero occorreva mettere mano a un passaggio decisivo, tanto tecnico quanto politico ed ecclesiale, ossia l’elezione dei membri delle dieci Commissioni conciliari.
Il rischio obiettivo era chiaro: che l’esito del voto fosse in un certo senso pilotato dagli ambienti curiali, che avevano provveduto a far circolare una lista di nominativi graditi all’entourage della Curia. Non a caso, il cardinale Alfredo Ottaviani aveva provveduto a far circolare una lista con una serie di nominativi ritenuti “sicuri” dal Sant’Uffizio, di cui il porporato era alla guida. Un’iniziativa che non passò inosservata e che preoccupò notevolmente alcuni padri, che vi lessero il tentativo di determinare fin dall’inizio la fisionomia delle Commissioni: e dunque, indirettamente, l’intero svolgimento del Concilio. Anche il cardinale Montini ebbe modo di manifestare le sue perplessità al riguardo. Il Consiglio di presidenza – formato da dieci cardinali e presieduto dal decano Tisserant – prese posto al tavolo, proprio davanti al trono papale vuoto. Il Segretario generale, Pericle Felici, si apprestò a chiedere ai padri di procedere con le elezioni. I padri, nonostante tutto, si disponevano a farlo docilmente. Ma proprio mentre l’assemblea stava provvedendo a votare, accadde l’imprevisto. D’improvviso, il cardinale Achille Liénart chiese di parlare, contravvenendo al regolamento. La richiesta fu un gesto di franchezza e di coraggio: ma Liénart non era un vescovo qualunque, era una figura prestigiosa tra i padri, e la presidenza – obtorto collo – gli concesse la parola. Il cardinale di Lille formulò una proposta semplice e, insieme, dirompente: rinviare il voto di qualche giorno, perché i padri potessero avere il tempo di conoscersi, e le conferenze episcopali potessero elaborare, con maggior discernimento, rose di candidature.
L’intervento fu accolto da un applauso lungo, quasi liberatorio. Subito dopo, il cardinale Josef Frings, anche a nome di Julius August Döpfner e di Franz König, appoggiò il passo del collega francese, parlando anch’egli dal tavolo di Presidenza. In aula si avvertì un momento di smarrimento: per la prima volta il Concilio mostrava che non sarebbe stato soltanto una ratifica di schemi e procedure stabilite altrove. A quel punto pare che qualcuno contattò telefonicamente Giovanni XXIII, che si trovava nei suoi appartamenti, per chiedere lumi sulla forzatura del regolamento. Alla ripresa dei lavori, la Presidenza stabilì che il voto sarebbe stato rinviato di qualche giorno. Col suo stile franco e appassionato, così padre Yves Congar, commenta il fatto nel suo Mon Journal du Concile, di recente pubblicazione: «Questo piccolo episodio è stato importante. Anzitutto perché ogni aspetto procedurale è importante, in quanto condiziona il lavoro di tutto un gruppo. Ma in questo caso l’importanza risiede nel fatto che si tratta del primo atto del Concilio: il rifiuto stesso della possibilità di una soluzione prefabbricata. Era stato consegnato ai vescovi, nello stesso formato delle schede di votazione, l’elenco dei membri delle commissioni pontificie preparatorie: era probabile che molti avrebbero materialmente ricopiato quell’elenco. Si sarebbe così avuto ancora a che fare con gli stessi uomini responsabili della redazione di testi che avevano suscitato il malcontento dei vescovi.
La proposta del cardinale Liénart corrisponde all’importanza delle Commissioni nelle quali quei testi saranno fermati; evidenzia la volontà dei vescovi di trattare gli argomenti in maniera libera, senza accettare soluzioni già confezionate dalla Curia e dai suoi uomini; significa, insomma, che i vescovi intendono parlare e discutere; il cardinale Liénart, infine, ha indicato una procedura che attribuisce realtà e importanza ai corpi intermedi. Tra il capo supremo (e la sua Curia) e la realtà isolata dei singoli vescovi esistono organismi intermedi. Uno dei risultati del Concilio dovrà essere quello di dar loro maggior potere e maggiore autonomia. Questa loro importanza appare fin dal primo giorno. Quanto era solo un presentimento si sta avverando: il Concilio potrà essere molto diverso da ciò che è stata la sua preparazione». Secondo la testimonianza di Henri de Lubac, il francescano Carlo Balic senza mezze misure così commentò l’episodio: «Questi Francesi! Allons enfants de la Patrie, le jour de gloire est arrivé». In definitiva, lo spirito conciliare riguardava non soltanto i contenuti, ma pure lo stile e le procedure. E se è vero che, in anche in ecclesiologia, la forma è sostanza, quel 13 ottobre 1962 segnò il primo, concreto atto di un Concilio che voleva essere davvero tale: non preconfezionato, ma vissuto.
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