Zoe uccisa a 17 anni per un “no”. «L’inimmaginabile è accaduto»
di Andrea Zaghi, Torino
La giovane di Nizza Monferrato è stata trovata senza vita in un canale. L’assassino 20enne ha cercato di dare la colpa a uno straniero, che ha rischiato il linciaggio. Le parole di don Claudio, parente della vittima

Aveva 17 anni e molti sogni in testa. Era gentile e brava. E voleva farsi largo nella vita. Dicono che tutti le volevano bene. Ma Zoe è finita strangolata e buttata in un canale, come una bambola di pezza gettata via per capriccio. E a buttar via la vita di Zoe è stato Alex, reo confesso, che di anni ne ha solo qualcuno in più di lei. È accaduto tra il 6 e 7 febbraio scorsi, in una notte fredda e buia, a Nizza Monferrato nell’Astigiano. Tutto è iniziato come una serata normale, anzi eccezionale: era la serata dell’inizio delle Olimpiadi con un messaggio di grande speranza di pace e solidarietà. Messaggio forte, contro la crescita della violenza ovunque, che pare inarrestabile. Quella violenza che si esprime nelle guerre senza fine e negli innumerevoli, diffusi, drammatici atti che popolano le cronache di ogni giorno. Chissà se Zoe e gli altri giovani che hanno trascorso con lei le sue ultime ore, delle Olimpiadi e del loro messaggio hanno parlato? E quanto lontano da questi giovani era il pensiero, il sospetto della violenza che stava per abbattersi su di loro?
«Ci vediamo domani», ha detto Zoe Trinchero, finendo di lavorare nel bar nei pressi della stazione dov’era stata assunta a dicembre e dove molto probabilmente avrebbe continuato a lavorare. Poi il ritrovo con gli amici, due risate, la serenità di chi immagina la vita che dovrà ancora vivere. Poi arriva Alex Manna – 20 anni – che di Zoe pare innamorato. I due parlano e poi si allontanano insieme. Non è chiaro quanto tempo passa, ma ad un certo punto gli amici si accorgono che Zoe non torna, la cercano e, chiamati proprio da Alex, la trovano nel canale, dietro un negozio a pochi metri dal Belbo che scorre lì vicino. Sono sempre gli amici che cercano di soccorrerla, la tirano fuori dall’acqua e scoprono che è morta. Zoe ha il volto e il corpo con ecchimosi e segni di colluttazione.
Zoe non c’è più e scoppia la voglia di farsi giustizia da soli. Perché subito dopo la scoperta della tragedia, un gruppo di persone, una trentina pare, si raduna davanti alla casa di un ragazzo che si ritiene colpevole con la voglia di «far subito giustizia» innestando violenza su violenza. Il linciaggio è evitato solo perché i carabinieri intervengono e verificano che l’ipotesi è infondata.
Le indagini però scattano subito. I carabinieri convocano tutti gli amici: si cerca di capire, si vaglia ogni indizio, si sonda ogni traccia. In caserma ci va anche Alex. Due ore di interrogatorio bastano per farlo crollare e dare una spiegazione e non certo una giustificazione: lui si era innamorato di lei e probabilmente era stato rifiutato. Quindi la follia di uccidere Zoe è di gettarla nel canale. E a questa follia se ne aggiunge un’altra, perché è proprio Alex a tentare di addossare la colpa ad un altro ragazzo di origine africana con problemi psichiatrici e già conosciuto dai carabinieri per molestie. «Non dovevo lasciarla da sola e lui l’ha aggredita», sembra che abbia detto Alex ai suoi amici. Proprio quegli stessi che, adesso, appaiono increduli di fronte all’accaduto, che non riescono a darsi spiegazioni e che, nelle prime dichiarazioni, raccolte paiono smarriti di fronte alla violenza vista e subita.
Ma chi era Zoe? E perché tutto questo? «Era una ragazza bravissima che voleva fare la psicologa», dicono gli amici intervistati a poche ore dalla tragedia. Ma a rispondere è anche Claudio Montanaro, sacerdote e parente della ragazza che seguiva Zoe con attenzione e che ad Avvenire dice: «Zoe era una ragazza solare piena di sogni che voleva realizzare lavorando. E lavorava tanto. Era una ragazza che voleva diventare grande». Poi aggiunge quasi come per liberarsi di un peso: «Di fronte a cose di questo genere, occorre rispettare la sacralità della vita e del dolore. Ci dovremmo tutti saper fermare sulla soglia del sacro. Dobbiamo raccoglierci e fermarci, fare meno parole di fronte a qualcosa che ha dell’inimmaginabile e che però è accaduto». Già, l’inimmaginabile che invece accade. E accade troppe volte.
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