Se il deserto «abita» le domande radicali

I Domenica di Quaresima - Anno A
February 20, 2026
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Il deserto non è solo un luogo fisico arso, brullo che si estende sconfinato ai nostri occhi; deserto non è solo spazio, ma anche un tempo: quello delle domande che arrivano improvvise, delle certezze che crollano miseramente, dei dubbi assillanti. Il deserto è fatto da tutti quei momenti più o meno lunghi che attraversiamo nell’arco della vita in cui ci sentiamo deboli e nudi: momenti sacri. È il tempo delle domande radicali, di quelle che bruciano dentro, che sottilmente scavano, che come uno scalpello ci modellano, dandoci una forma impensata. È il tempo in cui si sta davanti alla vita, la nostra. Gesù è affamato e la fame è cosa concreta, fisica, reale, così come sono reali e concreti i nostri bisogni: quelli per cui corriamo, ci affatichiamo, consumiamo, sperando che tutto questo basti a darci la felicità, a farci sentire sazi e appagati, a riempire i nostri vuoti. Eppure Gesù oggi ci fa capire che c’è una fame più profonda, più esistenziale alla quale non basta trasformare le pietre in pane: abbiamo bisogno non solo di pane, ma di senso e di futuro e di capire a cosa davvero tendiamo. Una freccia, mi sembra questa prima tentazione, una freccia scagliata oltre i tutti i nostri desideri immediati, tutto ciò che ci appare come imprescindibile: non basta, ci dice Gesù, vai oltre. Così come, nella seconda tentazione, Gesù ci scioglie dall’ansia da prestazione, dal bisogno di essere visti, confermati, riconosciuti, come se il nostro valore intrinseco stesse tutto nello sguardo degli altri. Il Dio di Gesù non si esibisce, lo sappiamo, è un Dio nascosto, piccolo che vuole fiducia nel rischio e nei fallimenti. Non è una garanzia di successo, ma un’ala che mi insegna a superare i rischi e i fallimenti. Ancora oltre. E come potrebbe Gesù inginocchiarsi davanti al miraggio del potere? Sarebbe come accettare che per cambiare il mondo bisogna stare alle sue regole, che per ottenere frutti occorra rinunciare alla coscienza, che la dignità sia una mercanzia. Non è questo il mondo di Dio, questo è solo un mondo dominato, non libero: Lui si è inginocchiato solo davanti all’amore. Deserto è il tempo delle scelte tra bisogno e desiderio, tra immagine e verità, tra potere e servizio; è tempo di domande: quale fame ci muove, quale voce ascoltiamo, davanti a chi ci inginocchiamo? E’ il tempo di capire se l’uomo e la donna che siamo assomigliano almeno un po’, solo un po’, all’uomo e alla donna che Dio porta nel cuore.
Letture: Gen 2,7-9;3,1-7; Sal 50; Rm 5,12-19; Mt 4,1-11

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