Andare oltre la Legge è andare in profondità

VI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
February 12, 2026
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli».
Mi piace questo Gesù che scava, che va nel profondo, che porta alla luce ciò che conta davvero: forse è questo il vero significato del “portare a compimento”, perché è come se ci spingesse a non fermarci sulla superficie delle cose, a non galleggiare inerti sul pelo dell’acqua della vita. Sembra dirci: «Sono venuto a svelarvi l’anima segreta della vita, non impoveritela, non inariditela, non immobilizzatela. Andate più a fondo, guardate bene cosa vuol dire non uccidere, non commettere adulterio, cosa significa davvero perdonare e amare».
Quel «ma io vi dico» non viene detto da Gesù per alzare la posta o per renderci più difficili le cose, ma è piuttosto un invito a guardare meglio, a fare attenzione ai dettagli, ad essere più veri e umani. Lui sa bene che il suo regno non è fatto da eroi: è gente semplice, che sa, però, come guardare, come parlare, cosa scegliere; gente che sa andare oltre, che sa cogliere il succo, che riesce a intravedere l’orizzonte. Che non vive al ribasso. Dio non si accontenta di persone corrette: sogna uomini e donne vivi, liberi, riconciliati, capaci di amare senza sconti; uomini e donne che non si riparano dietro i facili nascondigli del sentirsi a posto, per il pensiero di aver rispettato tutti e dieci i comandamenti. No, Lui ci vuole in cammino, vigili, attenti ai dettagli che ci circondano, a ciò che può crescere dentro di noi.
Apre, allarga, dilata questo Gesù: non è una questione morale il suo regno, ma una questione di qualità: concerne il modo in cui stiamo al mondo, il peso delle nostre parole, la verità dei nostri sguardi, la responsabilità dei nostri silenzi. Il Suo regno non è fatto di confini da non oltrepassare, di limiti da non superare, di regole da rispettare: è fatto da vita vera, profonda, autentica, dove lo sguardo è trasparente e le parole sono sincere. É fatto di mani che guariscono, che benedicono, che spezzano il pane, che abbracciano i peccatori. Di mani come le sue. Ci chiede un salto oggi Gesù, un salto nella profondità della vita, perché la vita vera sta dietro a ciò che chiamiamo vita, sta oltre la sua superficie rassicurante: il nocciolo non è solo ciò che facciamo, ma da dove nasce quel che facciamo. Non nel chiedersi cosa è permesso, ma nel domandarsi cosa ci porta ad una vita piena e cosa fa crescere l’amore. Il compimento è questo: lì, proprio lì, la Legge diventa Vangelo.
(Letture: Sir 15, Sal 118; 1Cor 2, 6-10; Mt 5, 17-37)

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