Ai «pescatori di uomini» una promessa di vita creativa

III Domenica del Tempo ordinario - Anno A
January 22, 2026
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
Non son altro che pescatori: gente che conosce le notti, la fatica, la ripetizione dei gesti; non hanno titoli accademici, non hanno prestigio, e non stanno neanche cercando un maestro. Sono immersi nel quotidiano della loro vita, con mani spellate e infreddolite. Eppure proprio là li raggiunge la voce che cambia tutto: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini.» Non sono migliori di altri, ma sono concreti, reali, vivi come ognuno di noi. E Gesù li chiama perché la loro vita, come la nostra, custodisce una promessa: quella di allargarsi, di propagarsi come le onde del mare.
E loro? Non chiedono un programma né garanzie e non ragionano su quanto conveniente sia seguire questo sconosciuto: semplicemente si fidano, subito, come un lampo che ha acceso le loro vite. Qui nasce il Regno di Dio, non in un tempio, ma sulle sponde di un lago e non da una teoria, ma da un incontro; nasce da quattro fragili sì, pronunciati da quattro fragili uomini comuni. Forse anche noi siamo in attesa senza saperlo: viviamo immersi in una monotonia che ci fa vivere ogni giorno come uguale all’altro. Forse all’improvviso può arrivare un incontro, una crisi, un’intuizione che ci dice: «Potresti essere di più, potresti amare di più…». Non si scappa dalla vita, ma la si trasforma: le reti che i pescatori lasciano non sono un abbandono del loro mondo, ma di ciò che li tiene fermi, ancorati a quella riva. Sono le stesse reti che imprigionano anche noi, quelle abitudini che ci paralizzano, quelle paure che si annodano dentro, quelle tristi convinzioni di non riuscire a cambiare. Gesù non crea un circolo esclusivo, non fa selezioni all’ingresso, ma ci chiede solo un movimento, uno sbilanciamento per andare là dove la vita fa male, dove si accumulano lacrime e sofferenza. E la promessa “pescatori di uomini” non parla di incarichi religiosi, ma di una vita che diventa creativa, che smette di girare solo attorno a sé stessi, che impara a tirar fuori gli altri dall’acqua delle loro paure, delle loro tristezze. È una chiamata a toccare vite, a sollevare, a guarire. Come farà Gesù camminando per tutta la Galilea. Cammina Gesù, perché il Suo Vangelo è una presenza, un contatto, una mano tesa. Una carezza. Gli basta, nel buio delle notti, starci vicino finché la luce torna a farsi possibile.
(Letture: Isaia 8,23b-9,3; Salmo 26; 1Corinzi 1,10-13.17; Matteo 4,12-23)

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