Corpo celeste
Con Antonia Pozzi, la caduta diventa soglia: il corpo ferito dalla vita si fa preghiera estrema, attesa di pietà e del bacio eterno di Dio.
“Poi che anch’io sono caduta Signore dinnanzi a una soglia – come il pellegrino che ha finito il suo pane, la sua acqua, i suoi sandali e gli occhi gli si oscurano e il respiro gli strugge l’estrema vita e la strada lo vuole lì disteso, lì morto prima che abbia toccato la pietra del Sepolcro” con Antonia Pozzi, in questa sua “Così sia” sentiamo che anche i nostri occhi possono oscurarsi e il respiro strozzarsi in gola, con lei anche noi possiamo sentirci “cadavere del pellegrino”, con le sue parole possiamo sentirci interpellati da questa vita che a volte sembra volerci vedere morti di fame, di sete, pronta a trasformare la strada in tomba.
Con lei però possiamo anche aprirci a chiedere “la pietà delle stelle”, espressione toccante che chiude la poesia, la preghiera, che sembra voler chiedere al Cielo di piangere compassione sul nostro corpo crocifisso. Ogni parte di noi diventa così preghiera, dolorosa ed estrema, non nata da perfezioni, non da esercizi di concentrazione, non da eccessi di pietà ma solo dall’aver trasformato il luogo della nostra caduta in una soglia, in uno spazio sacro dove poter ancora cercare il Signore. Il corpo dissanguato dalla vita, cadendo, prima di aver toccato la pietra del Sepolcro, diventa esso stesso soglia, e sepolcro, e implorazione, attesa del bacio eterno di Dio.
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