Scossa referendum, via Delmastro e Bartolozzi. Meloni: «Santanchè lasci»
di Vincenzo R. Spagnolo, Roma
Il sottosegretario alla Giustizia e la capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio hanno fatto un passo indietro. Meloni chiede alla ministra del Turismo di avere la stessa «sensibilità istituzionale»

Lo spettro di una crisi politica vera e propria, nel day after referendario, nessuno intende evocarlo, né in maggioranza né nel Governo. Ma la vittoria del No ha lasciato un segno profondo. E, dopo i primi proclami di compattezza, in seno all’esecutivo è partito un “processo” interno sulle possibili responsabilità che avrebbero concorso alla sconfitta. Nessuno parla di repulisti, né tantomeno di un redde rationem in grande scala, ma par di capire che l’intenzione della presidente del Consiglio sia, nei limiti del politicamente possibile, di recidere tutte quelle situazioni che finora hanno reso la sua compagine di Governo meno credibile proprio sul vexato fronte della Giustizia. E così la giornata, apertasi inizialmente col Guardasigilli arroccato in difesa all’insegna del hic manebimus optime, si chiude con i primi scricchioli in via Arenula, seguiti da due dimissioni, quelle del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e della capo di gabinetto del ministro, Giusi Bartolozzi. E inizia un braccio di ferro con la ministra Santanchè, che non vorrebbe dimettersi. Ma riavvolgiamo il film della giornata.
Nordio: mia responsabilità politica, ma no dimissioni
Dopo una nottata all’insegna del rammarico e delle recriminazioni, la resa dei conti si gioca lungo il chilometro che separa il dicastero di via Arenula e Palazzo Chigi. Di buon mattino sulle pagine del Corriere della Sera e poi su Sky Tg24, il ministro della Giustizia Carlo Nordio assume su di sé «la responsabilità politica della sconfitta», ma «non penso a dimettermi. Ho ancora molte cose da fare, anche se alcune riforme si fermeranno». Nordio ammette «vari errori che ho fatto, probabilmente anche nelle impostazioni sulla comunicazione», ma al tempo stesso difende le proprie scelte e i propri colleghi e collaboratori, a iniziare dal sottosegretario Delmastro: «Sono certo che riuscirà a chiarire».
Meloni: nessuna salita al Colle né voti di fiducia
A Palazzo Chigi, intanto, la premier medita sul da farsi. La ridda di ricostruzioni pubblicate su alcuni quotidiani la lasciano indifferente: già da mesi aveva detto chiaro e tondo che un’eventuale sconfitta referendaria non avrebbe intaccato la tenuta del suo Governo. Tuttavia, per porre fine alle speculazioni, fonti dell’esecutivo fanno filtrare attraverso l’Ansa una precisazione: la presidente del Consiglio non intende chiedere al Parlamento un voto di fiducia sul Governo dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia. Una via che viene ritenuta non necessaria perché non ci si trova davanti a una crisi politica. Inoltre, precisano le medesime fonti, al momento non è in programma un incontro fra la premier e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
I malumori e la ricerca di capri espiatori
Col passar delle ore, tuttavia, le fibrillazioni crescono. Nella maggioranza, in parte anche dentro Fratelli d’Italia, c’è malumore. C’è chi auspica un passo indietro del Guardasigilli e chi invece insiste sul fatto che alcune situazioni abbiano oggettivamente indebolito la credibilità dell’esecutivo. Qualche dito è puntato in particolare verso i casi Delmastro (per via dell'indagine su un ristorante di cui era socio insieme alla figlia di un condannato per mafia prestanome del clan Senese) e Bartolozzi (indagata nell’inchiesta sulla liberazione del generale libico Almasri e autrice di dichiarazioni eccessive nella campagna referendaria). Ma c’è chi evoca pure il nodo, mai sciolto, della ministra del Turismo Daniela Santanchè, rinviata a giudizio nell’inchiesta sulla bancarotta della società Visibilia, indagata per presunta truffa aggravata riguardante l’uso improprio della cassa integrazione Covid-19 per alcuni dipendenti e indagata ancora per bancarotta fraudolenta legate al fallimento dell’azienda «Ki Group».
Le prime dimissioni: Delmastro e Bartolozzi
ll confronto fra Palazzo Chigi e via Arenula prosegue serrato. E porta a un primo punto di svolta; nel pomeriggio, Delmastro e Bartolozzi vengono convocati a colloquio dal ministro Nordio nei suoi uffici. Un confronto animato, secondo alcuni, al termine del quale le voci delle imminenti dimissioni di entrambi crescono. Poco dopo, il primo a confermarle è il sottosegretario di FdI: «Ho consegnato le mie irrevocabili dimissioni - annuncia in una nota -. Pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità nell’interesse della Nazione». Alle sue dimissioni, seguono poco dopo quelle di Bartolozzi, che esce di scena in silenzio. Ma, ai rumours che ipotizzano a seguire l’addio dello stesso Nordio, replicano fonti di via Arenula: «La notizia che il ministro Nordio si dimetta è destituita da ogni fondamento. Resta al suo posto». Oggi il Guardasigilli sarà in Parlamento per il question time, con le opposizioni pronte a chiedergli conto della situazione. «Le sconfitte politiche si pagano, è inutile far finta di nulla», ammette lui stesso, confermando tuttavia l’intenzione di voler terminare un «percorso di riforme entro quest’anno». Una palla che l’Associazione nazionale magistrati coglie al balzo, lasciando da parte i trionfalismi per la vittoria referendaria e dicendosi pronta al dialogo, purché si riparta dalle proposte formulate in «otto punti il 5 marzo 2025» in un incontro a Palazzo Chigi.
La resistenza di Santanchè e il pressing meloniano
Ma la giornata non è finita. Certo, la suasion esercitata dalla presidente del Consiglio ha ottenuto un primo risultato. Ma la trattativa, che somiglia forse più a un braccio di ferro, non è ancora chiusa. A renderlo esplicito è una nota di Palazzo Chigi , in cui si rende noto che la premier «esprime apprezzamento per la scelta del sottosegretario Delmastro e del capo di Gabinetto Bartolozzi di rimettere gli incarichi finora ricoperti e li ringrazia per il lavoro svolto con dedizione». Tuttavia, Meloni «auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanchè». Non un diktat, ma un auspicio, pronunciato però da Meloni non in un colloquio riservato, bensì apertis verbis. Il che farebbe supporre che la ministra stia invece resistendo e non abbia ancora preso la decisione (alcune fonti dicono che ha trascorso la giornata in ufficio e che avrebbe confermato gli appuntamenti dei prossimi giorni). E che Meloni, dal canto suo, abbia voluto dire al Paese: io il mio l’ho fatto, ora sta a lei prendere atto della situazione.
La ricerca di un baricentro per il lavoro da proseguire
Delmastro non è il primo esponente di Governo a dare le dimissioni in tre anni e mezzo di legislatura: oltre a lui, hanno lasciato Vittorio Sgarbi, sottosegretario alla Cultura; Augusta Montaruli sottosegretaria all'Università; il ministro alla Cultura, Gennaro Sangiuliano. Ma la bocciatura della riforma sulla separazione delle carriere fa da spartiacque fra una fase senza grandi scossoni e il primo sisma politico. Così, il timore è che gli strascichi finiscano per pregiudicare il lavoro nello scorcio finale della legislatura: a cominciare dalla nuova legge elettorale, che interessa tutte le forze politiche (mentre la partita del premierato si fa incerta) e l’autonomia regionale, che preme alla Lega. «Io penso all’autonomia e basta. E per me, l’autonomia sta meglio», commenta in serata il ministro Roberto Calderoli. Un messaggio alla premier, a cui tocca fare da traghettatrice e da nocchiera in questa crisi. E col timone in mano, si sa, non sono ammessi tentennamenti.
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