La verità del referendum nei numeri: ecco tutti i motivi che hanno spinto il “No”
L'analisi dell'Istituto Cattaneo: voto del centrosinistra compatto, un astensionismo “fisiologico” tradisce Meloni. A Sud il voto meno “ideologico”. Le prossime elezioni politiche restano incerte: con questa legge elettorale maggioranza risicata

Fermi tutti, parlano i numeri. Oltre suggestioni più o meno fondate, il fattore-chiave che ha condotto all’affermazione del No è stata la mobilitazione massiccia dell’elettorato che nel 2022 scelse centrosinistra e M5s. Un’affluenza compatta cui il centrodestra ha opposto un tasso di astensionismo «fisiologico», ma in ultima istanza decisivo. Lo certifica l’istituto Cattaneo nella sua rituale “analisi del voto”, la prima che viene sfornata “calda”, stavolta addirittura a meno di 24 ore dalla chiusura dei seggi. Quanto al significato politico in vista del 2027, l’istituto presieduto da Asher Colombo e diretto da Salvatore Vassallo ritiene «dubbio» che si possa interpretare il risultato come una previsione «in occasione di future elezioni», tuttavia le simulazioni vanno a confermare il fatto che, con l’attuale legge elettorale, l’esito potrebbe essere un pareggio o giù di lì, con i collegi uninominali molto più contesi di quattro anni fa per via della formazione del “campo largo”.
Ha vinto chi ha mobilitato più elettori
I flussi tra le elezioni politiche del 2022 e il referendum archiviato lunedì sono stati analizzati sulle principali 30 città italiane. «Gli elettori del centrosinistra e di Azione-Italia Viva hanno partecipato massicciamente al voto, con tassi di astensione prossimi allo zero», spiega il Cattaneo. Quelli del centrodestra, invece, «si sono astenuti in una quota simile agli elettori del M5s», tra il 13 e il 15% rispetto al 2022. Ma attenzione: M5s aveva visto i propri elettori scivolare nell’astensionismo in misura molto più forte alle Europee del 2024 e alle ultime Regionali, dunque sul referendum il Movimento ha registrato un “ritorno” (sebbene non si possa assicurare che i “rientranti” abbiano mantenuto l’opzione di voto per il partito di Giuseppe Conte). Il centrodestra ha invece dovuto fronteggiare una «defezione dal voto di circa il 12-15% degli elettori» che nel 2022 avevano spinto Meloni &co. «Non può essere interpretata con certezza come il riflesso di una scelta politicamente motivata», spiega il Cattaneo. Ovvero: non è detto che abbiano lasciato i partiti di maggioranza, perché uno scarto simile tra elezioni politiche e referendum è nelle cose. «È dunque straordinario non tanto il tasso di astensione tra gli elettori di centrodestra quanto il tasso di partecipazione tra gli elettori dei partiti di opposizione», conclude il ragionamento l’Istituto.
Il Paese resta conteso, ma al Sud l’elettorato si muove
A questo punto il Cattaneo segue una traccia: se una quota di astenuti del centrodestra fosse andata al voto sino ad equipare l’affluenza targata centrosinistra, «il Sì avrebbe potuto contare su circa 4 punti in più». La fidelizzazione del voto è stata infatti quasi totale. «La quota del “voto divergente” – spiega il Cattaneo - è minima sia da una parte sia dall’altra». In pochi tra gli elettori del 2022 non hanno seguito l’indicazione di partito. L’unica eccezione riguarda il Sud: nelle città meridionali prese in esame, «una quota variabile tra il 10% e il 30% di elettori del centrodestra ha optato per il No, così come è accaduto a parti invertite per gli elettori del centrosinistra». Insomma nel Mezzogiorno sta accadendo qualcosa: «Il voto al Sud – afferma l’istituto - sembra avere avuto un carattere meno ideologico o comunque meno legato alla contrapposizione frontale tra gli schieramenti politici». Probabilmente le prossime Politiche si giocheranno sotto Roma. Quanto ad Azione e Italia Viva, per completare il quadro dei flussi nei parti, i due terzi degli elettori “terzopolisti” del 2022 hanno votato Sì, un terzo ha scelto il No.
Con l’attuale legge elettorale maggioranza risicata
Il Cattaneo, come detto, non si azzarda a dire che il voto referendario sia già lo specchio del voto alle coalizioni nel 2027. Ma sta al gioco, con una correzione rispetto alla consultazione sulla giustizia: riattribuire al centrodestra un 10% di partecipazione. Bene, applicando questi numeri ai collegi uninominali della Camera, il campo largo sarebbe avanti in 69 collegi con almeno 5 punti di distacco, il centrodestra in 49. Gli altri 29 sarebbero da giocare voto per voto. Insomma, «le elezioni politiche porterebbero con larga probabilità alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo ad una maggioranza relativa dei seggi». E la distribuzione dei seggi avverrebbe secondo una «geografia» al momento solida: destra forte al Centro e al Nord, sinistra avanti al Sud, nelle Regioni “rosse” e nelle grandi città. Non serve altro per spiegare perché la legge elettorale è il primo tema messo in calendario dopo il referendum.
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