Vincitori, vinti e delusioni. Tutto chiaro (e urgente)


Marco Tarquinio martedì 27 giugno 2017

Tutto chiaro. Il voto di secondo turno di domenica 25 giugno, è impietoso come il sole di questa estate torrida, difficile non farci i conti. Anche perché a tratti mostra la stessa forza dirompente delle tempeste d’acqua sulla terra riarsa alle quali ci siamo malvolentieri abituati e che ci stanno insegnando a contare in modo nuovo i danni che si vedono e quelli che, un po’ più in là, si vedranno.

Tutto chiaro. Chiaro chi ha vinto e chiaro chi ha perso, perché verdetti e numeri finali sono inesorabili. Il partito del non-voto o, meglio, il non-voto per i partiti – tutti, vecchi e nuovi – pesa sempre di più e conquista la maggioranza assoluta: appena 46 aventi diritto su 100 si sono presentati ai seggi. E poiché in democrazia sono i voti espressi a contare il quadro è ben delineato, sebbene il chiodo a cui è appeso diventi sempre più ballerino.

Il centrodestra vince perché cresce, e per certi versi addirittura trionfa, conquistando una "capitale" come Genova, e passando a questo giro da 7 a 16 grandi Comuni sotto le proprie insegne: sono ben 12 le amministrazione cittadine che sono state strappate al Pd e ai suoi inquieti alleati dal suo, pur altrettanto inquieto, avversario tradizionale.

Il centrosinistra viene sconfitto ovviamente perché perde consensi, e per certi versi addirittura tracolla, passando da 17 a 6 grandi Comuni amministrati, perdendo ancora sonoramente in Liguria (oltre che a Genova anche a La Spezia), riperdendo a L’Aquila, e non riuscendo a consolarsi per le vittorie pesanti ottenute a Padova e a Lecce (prese al centrodestra) e a Taranto (confermata).

Segnano il passo 5 Stelle che perdono Parma (che ha confermato sindaco Pizzarotti, pur cacciato dal Movimento) e conquistano Carrara, oltre che qualche amministrazione minore, ma neppure lontanamente riescono a intonare (e a ispirare mediaticamente) le stentoree fanfare di un anno fa. Il problema per il terzo polo che punta a confermarsi come primo soggetto politico italiano, l’avevamo già annotato, non sono i ballottaggi persi (appena due su dieci), ma quelli ai quali non riesce ad arrivare. Alle politiche a turno unico la musica potrebbe essere molto diversa, ma nulla è scontato per nessuno. E Beppe Grillo se ne è accorto più e meglio di qualche suo colonnello.

Tutto chiaro, appunto. Chiaro anche che l’«effetto ottico», di cui si era ragionato all’indomani del primo turno davanti all’apparente ritorno a una dialettica centrodestra-centrosinistra in stile da cosiddetta Seconda Repubblica. L’effetto ottico c’è e resta tale, proprio perché si rafforza persino nei ballottaggi delle elezioni comunali il clima politico in cui siamo immersi dal voto referendario del 4 dicembre 2016.

È questo clima che favorisce la svolta multipolare (e neo-proporzionalista) in corso, e neanche il sonoro successo di tappa dell’antico centrodestra pare riuscire a frenare la tendenza. Una delle immagini emblematiche nella notte televisiva di domenica 25 giugno, mentre procedeva lo spoglio, è stata quella del battibeccare infastidito tra i portavoce di Forza Italia e della Lega. Berlusconiani e salviniani si sopportano sempre meno: si vede a occhio nudo, e persino di più in caso di vittoria. Vedremo se gli sforzi del governatore-pontiere Giovanni Toti, detentore del marchio vincente di quella sorta di "modello ligure" che ha consentito alla sempre più strana coalizione tra europopolari e nazional-sovranisti di incunearsi nelle contraddizioni delle due o tre attuali sinistre e nelle baruffe in "casa Grillo", o più ancora regole elettorali stringenti riusciranno a far cambiare verso a questa corrente divaricante che si sta dimostrando assai forte.

Contemporaneamente la fatica del centrosinistra e il suo scompaginamento sono sottolineati, ma non certo rivelati ora, dalla scarsa attrattività manifestata (quasi ovunque) dai candidati sindaco espressi dalla "coalizione senza convinzione" tra il Pd di Matteo Renzi e una serie di forze che si collocano alla sua sinistra e che Giuliano Pisapia e Pier Luigi Bersani stanno provando a federare. Oltre quattro anni di contrapposizione, anche assai aspra, in Parlamento tra ex alleati e una scissione ancora fresca in casa democratica hanno messo in circolo tossine difficili da contrastare e impossibili da ignorare. Per di più, in questo caso, i pontieri non possono neanche proporre modelli o laboratori di successo. E non è un mistero che nel campo progressista "di governo" negli ultimi ventiquattro anni si è sempre stentato a far tesoro degli errori commessi, superando la coazione a ripeterli.

Ciò che più conta è che gli elettori non perdonano più gli errori di alcuno, e non nascondono la sfiducia in tanta parte di questa politica, nei suoi deludenti giochi di prestigio, nei suoi arrocchi, nelle sue tentazioni. Chi ha vinto e chi ha perso lo tenga a mente. E cominci ad articolare le risposte, a partire da regole elettorali che riaffidino con vero rispetto ai cittadini potere di scelta sugli eletti. Il tempo stringe.

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