Trentacinque aggressioni vi sembrano poche?
domenica 17 giugno 2018

A leggere le cronache di queste ultime settimane, con nuove e ripetute notizie di aggressioni a docenti da parte di studenti arrabbiati e di genitori inferociti, sono portato a ritenermi fortunato. Sì, perché l’altro giorno sono stato nella mia scuola per comunicare alle famiglie i risultati degli scrutini (con tanto di bocciature e “sospensioni del giudizio”, vale a dire materie da recuperare con un’ulteriore verifica per quegli studenti che una volta si dicevano “rimandati”) e dopo ho potuto tornare a casa incolume.

Senza che qualche genitore mi colpisse con calci e pugni, come è successo a Roma – questa l’ultima notizia di una lunga serie – a un professore intervenuto per difendere il preside dall’aggressione da parte di un genitore invelenito per la bocciatura del figlio. Senza neanche ricevere insulti o improperi, come è accaduto a Treviso, il giorno dopo l’episodio di Roma, quando un padre si è messo a urlare e a inveire contro i professori del figlio, anche qui “colpevoli” di averlo bocciato. Si sa che giornali, tv e media tutti tendono spesso a enfatizzare certe notizie e che sono portati a cavalcare gli argomenti “del momento”. Ma 35 casi di aggressioni, dall’inizio del 2018, a docenti (17 da parte di genitori) parlano di un fenomeno effettivamente preoccupante, tanto da non poter più sostenere che si tratti di fatti isolati. Certo, sarebbe un errore giudicare la situazione generale della Scuola italiana sulla base di episodi estremi come quelli segnalati.

Eppure il loro frequente ripetersi deve far suonare, forte e chiaro, un campanello di allarme. Dicevo che sono potuto uscire da scuola senza essere stato aggredito. Ma bisogna tenere conto del contesto sociale in cui si opera. Il mio è un buon liceo di provincia. È facilmente immaginabile che in realtà più disagiate certe tensioni tendano a esasperarsi. Anche da noi, infatti, non è che sia tutto rose e fiori. Ho dovuto, per esempio, fronteggiare un certo malcontento, che fortunatamente si è sfogato solo a parole. Una madre il cui figlio aveva avuto un “debito” – vale a dire un’insufficienza da saldare con una prova suppletiva al termine di un corso di recupero organizzato dalla scuola – si è detta molto seccata: «Non contesto il debito a mio figlio, ma in questa classe avete usato due pesi e due misure».

Ho risposto che non era vero: noi insegnanti non siamo certo immuni da possibili errori, ma personalmente posso dire di avere la coscienza a posto. La signora ha continuato: «Alcuni ragazzi che dovevano essere bocciati sono stati invece promossi». A quel punto ho replicato in maniera decisa: mi sembra un’insopportabile presunzione quella di un genitore che pretenda di sostituirsi al docente in uno dei suoi compiti precipui, quello della valutazione. È come se – mi si passi l’esempio – il familiare (completamente digiuno di nozioni di medicina) di un paziente ricoverato in ospedale andasse da un medico del reparto contestando la terapia proposta neanche al suo congiunto, ma ai compagni di camera! Ciò che però non avviene ai medici, avviene agli insegnanti. La ragione è semplice: in molti non sono più pronti a riconoscere la professionalità della funzione docente. Lo si è detto e lo si è scritto tante volte negli ultimi anni: è venuta meno l’autorevolezza della Scuola e degli insegnanti.

Questo è innegabile e le ragioni sono sotto gli occhi di tutti, a partire dall’inadeguato riconoscimento economico riservato a questo lavoro, un’inadeguatezza stipendiale che in termini simbolici ha un peso negativo sulla percezione generalizzata della professione. Tuttavia c’è anche dell’altro. La frustrazione, la rabbia, la violenza che spesso si scatenano contro i docenti hanno una radice più profonda, che va ricercata nell’ambito dell’educazione. Il ragazzo che si scaglia contro l’insegnante non è stato abituato a cogliere il senso del limite e la necessità di osservare alcune regole capaci di frenarne l’istintualità e l’emotività.

Quando invece sono i genitori a rendersi responsabili di atti così gravi scatta spesso un altro meccanismo psicologico: una sorta di identificazione con il figlio, per cui il suo fallimento scolastico, totale o parziale che sia, viene percepito come una ferita o un attacco al genitore stesso. Quando ciò avviene è perché il padre o la madre non ha capito fino in fondo qual è il suo compito: stare vicino al ragazzo, dialogare il più possibile con lui, essere sempre disponibile, ma essere anche pronto a prendere le distanze da comportamenti sbagliati o irresponsabili. Soltanto così si afferma quell’orientamento etico ed educativo di cui gli adolescenti hanno un enorme bisogno.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI