Umanizzare la rete e fare comunione
martedì 29 gennaio 2019

Viviamo ormai in una cultura ampiamente digitalizzata. Lo si riconosce al n.21 del Documento finale del Sinodo sui giovani. Lo scrive, con diverse parole, papa Francesco nel suo messaggio per la 53esima Giornata mondiale per le Comunicazioni sociali, che sarà celebrata domenica 2 giugno: «L’ambiente mediale oggi è talmente pervasivo da essere ormai indistinguibile dalla sfera del vivere quotidiano ». Nessun dualismo dunque.

E perciò nessuna giustificazione ad attribuire unilateralmente verità e falsità, autenticità e finzione, opportunità e rischi: tutto è distribuito equamente in ogni territorio della nostra esperienza, sempre più 'misto'. Quante testimonianze, al Sinodo, di giovani che vivono la loro fede in Paesi dove i cristiani sono una minoranza anche perseguitata, e che proprio grazie al Web riescono a formarsi e a restare in contatto con altri cristiani nel mondo! Prima di tutto, giustamente, il Papa richiama la metafora della rete, così densa di implicazioni simboliche per noi cristiani (che per la nostra stessa mancanza di fede spesso rischiamo di gettarla a vuoto).

La Chiesa è la più antica rete globale, e proprio a partire da questo suo primato possiamo vederla come un autentico human network: una rete pienamente umana perché i suoi membri, i suoi 'nodi', nella loro diversità e unicità sono a immagine di Dio. Da qui si può trarre una prima, indicazione, preziosa in questi tempi di hate speech, cyberbullismo e altre derive disumanizzanti: possiamo essere veramente 'social' se sappiamo essere autenticamente umani.

Che significa concreti, irriducibili a categorie, infinitamente ricchi, insostituibili, in relazione perché figli di unico Padre, consapevoli della varietà delle dimensioni inseparabili che costituiscono la nostra integrità. Questa prospettiva è già un modo di essere presenti nelle social communities in modo costruttivamente critico, evitando ogni riduzionismo che mortifica l’umano, così come le sterili polemiche e la reattività che fanno il gioco delle posizioni più estreme e pericolose. Perché, come già riconosceva Nietzsche, «le posizioni estreme non sono sostituite da posizioni moderate, ma solo da altre estreme, però capovolte».

Nella prima parte il messaggio mette in luce una serie di ambivalenze del nostro mondo digitalizzato. Per evitare però una lettura dualista e statica, e valorizzare piuttosto la processualità complessa che in questo ambiente si genera, penso sia utile richiamare i quattro passaggi delle «leggi dei media» di McLuhan: ogni nuovo medium, ogni variazione dell’ambiente della nostra esperienza, porta in primo piano qualcosa di nuovo e relega qualcosa che c’era già sullo sfondo (ma niente si distrugge!); inoltre, amplifica qualche nostra capacità ma rischia di rovesciarsi nel suo contrario se non agiamo in modo consapevole.

Così la rete amplifica la nostra capacità di connessione ma può rovesciarsi in superficia-lità, e persino isolamento. Questo non dipende, però, da come 'usiamo' (non si tratta di strumenti ma di ambiente) ma da chi siamo. La nostra responsabilità di esseri umani è la prima condizione perché il Web sia un ambiente vivibile anziché una cassa di risonanza delle nostre perversioni. Come ogni ambiente, anche quello digitale diventa poi ghiotto territorio di colonizzazione da parte di chi pensa di sfruttare a proprio vantaggio l’enorme mole di dati che volontariamente ogni giorno consegniamo alla rete.

Ancora una volta, l’unico antidoto alla colonizzazione è l’umanizzazione. Davide contro Golia, d’accordo. Però avere fede è proprio non aver paura di questo passo sproporzionato, sapendo che l’esito è in mani ben più affidabili delle nostre. La seconda parte del messaggio è quella cruciale. La rileggo così: se siamo uno human network, allora communitye comunione non sono due realtà in conflitto, ma due modi diversi e complementari di vivere la nostra relazionalità costitutiva. Credo che più che online/offline, il discrimine sia un altro.

La community è più orientata al presente, a una causa comune, a un inter-esse intorno al quale ci si mobilita in modo temporaneo aggregando chi condivide la rilevanza della questione. Generalmente persone affini, che la pensano in modo simile. La comunione – che è poi l’autentico significato di 'comunicazione'– è piuttosto orientata al futuro (ridurre le distanze, costruire ponti, lavorare su ciò che ci unisce) ed è fondata sull’unità delle differenze. Abbiamo bisogno di lavorare nel presente e di costruire il futuro; di riconoscerci in un gruppo e di saper valorizzare il contributo unico che le differenze portano alla famiglia umana, come le diverse membra al corpo.

Abbiamo bisogno di interesse, di trovare punti di accordo sul bene comune qui e ora, ma anche – per coniare un neologismo – di 'ulter- esse', di un orizzonte comune al di là delle urgenze materiali, verso il quale camminare per ridurre le distanze tra di noi, per diventare pienamente umani, per vivere da fratelli questo tempo così ricco di opportunità. Per passare dall’analisi alla vita.

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