La tenerezza delle madri fa rinascere sempre il mondo
sabato 9 marzo 2019

La donna è colei che fa bello il mondo, che lo custodisce e mantiene in vita. Vi porta la grazia che fa nuove le cose, l’abbraccio che include, il coraggio di donarsi. La pace è donna. Nasce e rinasce dalla tenerezza delle madri». Fra le tante parole dell’8 marzo, queste il giorno dopo ti tornano in mente. Sono del Papa. Tornano in mente e, dopo anni di viaggi come giornalista, recuperano dalla memoria dei fotogrammi.

La madre ugandese in una misera periferia di Kampala, che procedeva dignitosa con la sua nidiata di bambini. Non chiedeva elemosina, ma ti costringeva a fermarti, e quei suoi occhi gravi e dolci si stampavano nei tuoi, per sempre. La madre poco più che bambina in una maloca, una grande capanna indios, nella foresta amazzonica: un fagotto fra le braccia, e lei, occhi da gazzella, oscillante sui fianchi, in un istintivo cullare. E l’anziana donna affacciata a una finestra di un fatiscente palazzaccio uguale a tutti gli altri, in una triste cittadina dell’ex Germania Est? Dal suo davanzale prorompeva una cascata di fiori amorosamente curati, gli unici fiori fra quegli squallidi muri. E, qui a Milano, una sera, la giovane donna con un pc a tracolla che rincasava con un figlio sui due anni addormentato in braccio; e lei così stanca che, ferma al semaforo, chiudeva un istante gli occhi, come sognando di riposare un momento.

«La grazia che fa nuove le cose, l’abbraccio che include, il coraggio di donarsi», ha detto il Papa. Non tutte, certo, potremmo dire questo di noi stesse. Le donne, come gli uomini, non sono obbligatoriamente "buone" o generose. Certa retorica femminista in questo senso è sviante: pare che le donne debbano essere necessariamente "migliori" degli uomini. No, non sempre lo sono. E tuttavia anche in quelle fra noi che si riconoscono mancanti, imperfette o addirittura "sbagliate", intravedi a volte un bagliore della bellezza di cui parla Francesco: la grazia che fa nuove le cose, l’abbraccio che include, il coraggio di donarsi. Come una natura profonda che affiora.

La pace è donna, dice il Papa. Sappiamo come alla corte di dittatori e tiranni le cortigiane non manchino, e come anche le donne siano capaci di essere crudeli. Magari non fisicamente, ma usando le parole, che pure infliggono ferite indelebili. E allora perché, dice Francesco, la pace è donna? Forse perché, se guardiamo al fiume largo e lento della storia umana, vediamo fin dall’età primitiva maschi in armi, dalla clava al coltello al fucile; maschi organizzati in branchi, in truppe, in eserciti, schierati, obbedienti all’ordine di uccidere. Allineati in sinistre parate davanti al duce di turno, le braccia e le gambe che si levano rigide all’unisono, come di burattini; e, dietro, cannoni lucenti, missili minacciosi. Sfoggi di forza, e di morte, maturati dentro un’ansia di potere tipicamente maschile. Milioni e milioni di uomini mandati nei secoli a morire in trincea, o in battaglie devastanti, e magari per un feudo insignificante, o un pezzo di confine di cui cent’anni dopo nessuno si ricorda.

E le donne, intanto? Le donne salutavano piangendo i figli che partivano – perché ciascuno di quelle schiere orgogliose era un figlio, ciascuno era stato un bambino messo al mondo, e cresciuto. Le donne aspettavano, pregavano, badavano alla terra e alla casa. Le donne custodivano il mondo, mentre gli uomini facevano la guerra. Ma, soprattutto, ogni volta le donne ricominciavano il mondo – perché il mondo ricomincia, ogni volta che nasce un bambino. In questo senso, la pace è donna: «Nasce e rinasce dalla tenerezza delle madri». Come un fiume altrettanto possente che quello degli eserciti e dei cannoni: ma che scorre, tenace, in un opposto senso.

Sopra Cortina c’è un Ossario dei caduti della Prima guerra mondiale. La massa delle ossa, dei teschi senza nome, annichilisce chi lo va a visitare. Quanta morte, mio Dio, ti viene da pensare. E tutte quelle povere membra erano un giorno braccia e volti paffuti di figli, fra le braccia di una donna. Che immane lotta, dall’evo più remoto. I soldati gridano andando all’assalto, le madri gridano nel partorire. La loro ostinata guerra fa sperare il mondo: che nasce e rinasce, nella tenerezza dei loro abbracci, ogni giorno.

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