Serie ipotesi, statistiche, sfide reali. Studiare fa (più) felici


Leonardo Becchetti domenica 27 agosto 2017

Le recenti considerazioni della ministra Valeria Fedeli sull’obiettivo dell’istruzione obbligatoria a 18 anni (come in Germania) «per aumentare il benessere dei cittadini» hanno solidissimi fondamenti. L’ultima indagine dell’Eurobarometro (2016) rileva che la quota dei cittadini soddisfatti della propria vita è al 56% tra coloro che hanno smesso di studiare prima di 15 anni, sale a 67% tra chi ha smesso tra i 16 e i 19 anni, s’impenna sino al 74% tra chi ha concluso gli studi oltre i 20 anni per arrivare, infine, all’85% tra chi sta ancora studiando. Quasi 30 punti percentuali tra il livello minimo e massimo di istruzione sono un dato impressionante. Come sappiamo per verificare un rapporto di causalità tra due variabili bisogna controllare una serie di fattori concomitanti. La vasta mole di letteratura scientifica in materia conferma però questo dato descrittivo, rilevando che un anno in più di istruzione aumenta la soddisfazione di vita, il capitale sociale (e con esso la capacità di cooperare creando valore sociale ed economico), il reddito e le opportunità occupazionali. Studiare, insomma, fa (più) felici o almeno soddisfatti. Non vale per tutti, ma è vero. E ne abbiamo le prove.

Anche in Italia dove i "rendimenti economici della scolarizzazione" sono tra i più bassi, per via di un sistema fatto prevalentemente di piccolissime imprese che valorizza meno i titoli di studio delle grandi, i laureati guadagnano mediamente il 40% in più dei diplomati e i laureati biennali hanno un tasso di occupabilità del 10% superiore a quello dei diplomati. C’è di più, gli studi sulle determinanti della salute indicano che le differenze medie di aspettativa di vita tra scolarizzazione massima e minima possono arrivare a 5-6 anni. L’istruzione aiuta ad adottare stili di vita più sani e ad orientarsi nella complessità delle cure mediche.
Nel famoso discorso alla Società delle Nazioni Keynes ricordando il valore dell’istruzione dice che essa è quella cosa che consente a chi ha studiato di dare enormemente più senso e significati a uno stesso oggetto o situazione rendendo la vita più ricca e degna di essere vissuta. Vogliamo poi parlare del valore dell’istruzione (e della formazione permanente - lifelong learning - fondamentale in epoca di globalizzazione e industria 4.0) come antidoto alle sirene populiste e all’analfabetismo di ritorno?

Per tutti questi motivi, piuttosto che accorciare la durata degli anni di formazione, un programma politico che si rispetti dovrebbe considerare strategica la scolarizzazione obbligatoria fino a 18 anni e aiutare le parti sociali a costruire percorsi che favoriscano la formazione permanente come recentemente sta accadendo in alcuni importanti contratti sindacali.

Tutto questo non vuol dire affatto accettare acriticamente il sistema scolastico così com’è. Il rapporto tra mondo della formazione e lavoro va migliorato nel rispetto delle reciproche peculiarità. Il cammino delle Settimane Sociali e l’identificazione di tante buone pratiche nel settore ci ha fatto scoprire eccellenze come vere e proprie botteghe formative dove l’alternanza scuola-lavoro si fa sperimentando l’essere impresa. Imprenditori virtuosi promuovono il benessere del loro territorio co-progettando con gli istituti professionali corsi di studio che agevolano l’inserimento nel mondo del lavoro.

La scuola deve prevedere programmi che allenino i giovani a trasformare idee in imprese in modo da poter conquistarsi il proprio spazio nella società e creare valore economico anche per altri e con esso posti di lavoro. Le scuole professionali vanno rilanciate e valorizzate nel Paese perché rappresentano un canale molto importante di inserimento nel mondo del lavoro per tanti giovani. L’idea di creare competence center, luoghi di sinergia tra università e imprese per promuovere innovazione, è anch’essa molto importante e va trasformata da progetto in realtà. Il mondo dell’istruzione deve inoltre imparare a fare non solo lezioni frontali misurando risultati mnemonici negli esami, ma deve creare modalità d’insegnamento nuove per favorire lo sviluppo delle competenze e delle cosiddette soft skills (competenze trasversali).

Perché nel mondo del lavoro di oggi e del futuro più che il voto finale conta sapere se un giovane ha integrità morale, resilienza di fronte alle difficoltà, capacità di presentare e di parlare in pubblico, attitudine alla soluzione dei problemi e qualità relazionali. Detto tutto ciò l’imperativo numero uno è evitare la tentazione di una cultura che svalorizzi il ruolo della formazione e dell’istruzione in un mondo in cui la stessa è l’unica che consentirà ai giovani di competere con le macchine e la manovalanza a basso costo. Come testimonia il livello basso di tanti dibattiti su media tradizionali e social, razzismi, qualunquismi fondati su generalizzazioni e assoluta ignoranza di fatti reali e principi statistici sono dietro l’angolo.

Il confine tra civiltà e imbarbarimento è molto sottile e dobbiamo decidere in che direzione andare. L’istruzione e la formazione sono le risorse chiave per reddito e lavoro, ma anche e soprattutto qualcosa in più. Sono esse stesse nutrimento e obiettivo dell’uomo cercatore di senso. Altrimenti varrebbe l’obiezione di un noto giornalista sul caso Donnarumma, il giovanissimo e già straricco portiere del Milan che ha saltato quest’anno gli esami di maturità: se l’istruzione serve solo a cercare lavoro e a guadagnare di più perché Donnarumma dovrebbe maturarsi?

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