Sono andata a Santa Sofia e poi ho pregato altrove
sabato 8 gennaio 2022

Mi sono chiesta tante volte che effetto mi avrebbe fatto visitare Santa Sofia, da anni museo con simboli d’arte cristiani e islamici, trasformata di nuovo in moschea per decreto presidenziale e rinominata Ayasofia-I Kebir Camii Serifi. Ci vado un venerdì mattina, il giorno della principale preghiera rituale e verso le 11 e 30 è già pieno di fedeli, sia all’interno, sia negli spazi antistanti, delimitati per l’occasione dalle transenne della polizia. Le visite turistiche riprendono dopo la funzione religiosa.

La fila dei fedeli che vorrebbero entrare continua ad allungarsi. Non solo turchi, ma anche Maghrebini, Siriani, Arabi del Golfo. I poliziotti invitano la gente ad accomodarsi sulle stuoie posizionate all’esterno, perché dentro non c’è più spazio. Verso mezzogiorno i muezzin intonano il richiamo alla preghiera, che da Santa Sofia parte alcuni istanti prima rispetto a Sultan Ahmet. Inutile insistere, ad Ayasofia bisogna attendere ore per entra- re. Tra la gente fuori raccolgo alcune testimonianze. Qualcuno parla di una vittoria per l’islam, qualcun altro di un’offesa al cristianesimo, altri ancora di una infelice scelta politica che ha rovinato un luogo diventato simbolo della convivenza reciproca. Gli umori tra la gente sono visibilmente contrastanti.

Riprovo alcuni giorni dopo, allo stesso orario. Superato il cancello d’ingresso, sulla sinistra, noto alcuni ragazzini in gita scolastica che fanno l’abluzione al Sadirvan, la fontana esterna. Una novità rispetto al passato. Fuori dalla sala principale ci sono armadietti per riporre le scarpe. All’interno tappeti color turchese coprono tutti i pavimenti, mentre alcune tendine di colore bianco oscurano, negli orari delle preghiere, i mosaici e le immagini dell’iconografia cristiana.

I fedeli occupano le prime file dietro al mimbar, e lo spazio per la preghiera è delimitato. I visitatori restano dietro le transenne durante le funzioni. Il gineceo è alla sinistra dell’ingresso; qui la situazione è più raccolta, ma basta alzare lo sguardo per vedere i drappi che coprono le immagini dell’iconografia cristiana, proprio in mezzo alle due scritte artistiche islamiche che riportano il nome di Allah e del profeta Muhammad. L’atmosfera che c’è all’interno non è affatto quella che ci si aspetterebbe da un luogo di culto. Sembra tutto forzato, teso, maldestramente sovrapposto.

La preghiera, per chi crede, è ricerca del divino, di pace interiore, e Ayasofia, almeno a me, non ispira questi desideri. Mi sento in un posto sbagliato, e senza voler mettere in alcun modo dubbio la buonafede delle persone che sono lì per partecipare alla funzione, prevale in me il desiderio di andare via, di pregare altrove, di non partecipare a quella che sento come una forzatura. La funzione sta per cominciare.

Riprendo le mie scarpe, attraverso velocemente la piazza e vado verso la Moschea Blu. Tra quelle mura ritrovo, nonostante i lavori di ristrutturazione, quello che mi aspetto da un luogo di culto. La gente entra salutando a voce bassa il proprio vicino di posto, ci si siede in file ordinate e poi ci si alza all’unisono. Non c’è quel senso di tensione che ormai si respira a Santa Sofia, dove sembra di assistere a un braccio di ferro eterno, in cui è il più forte del momento a scrivere l’ultima parola.

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