martedì 17 gennaio 2017

Il nuovo scioccante rapporto Oxfam fa irruzione tra i "ricchi" di Davos per segnalare che, per arrivare alla ricchezza della metà più povera del pianeta (oltre 3 miliardi e mezzo di persone) di uomini più facoltosi del mondo non ne servono più 388 come nel 2010, 80 come nel 2014 o 62 come lo scorso anno, ma bastano i primi 8. Oxfam ci dice anche che tra il 1988 e il 2011 il reddito medio del 10% più povero è aumentato di 65 dollari, meno di 3 dollari l’anno, mentre quello dell’1% più ricco di 11.800 dollari, ovvero 182 volte tanto. E che nel giro di 25 anni potrebbe nascere il primo trillionaire.

Un individuo che possiederà più di 1.000 miliardi di dollari e che per consumarli dovrebbe spenderne 1 milione al giorno per 2.738 anni. Infine, l’elusione fiscale sottrae a livello mondiale 100 miliardi di dollari di risorse a salute e istruzione. Soldi che basterebbero per mandare a scuola 124 milioni di bambini che ora non ci vanno e per salvare le vite di 6 milioni di bambini con sistemi sanitari più accessibili.


Ciò che accende di più l’indignazione è constatare che il progresso scientifico e medico ci mette a disposizione meccanismi in grado potenzialmente di assicurare benessere sostenibile a tutti, e noi li usiamo malissimo. Lo scandalo dunque non è nei limiti della macchina, ma in quelli del pilota. Non dobbiamo distruggere la macchina, ma guidarla in modo diverso. Per corredare la metafora con qualche altro dato il Fondo monetario internazionale ci ricorda che il Pil mondiale cresce mediamente al 3,7% l’anno. Se la crescita della torta fosse equamente distribuita e se i redditi di ciascun abitante del pianeta potessero crescere al 3,7% l’anno ne avremmo per tacitare qualunque "populismo". Ed esistono le tecnologie per ridurre progressivamente l’impatto ambientale della nuova ricchezza prodotta, per assicurare quel tasso di decarbonizzazione necessario per tenere la temperatura del pianeta sotto i limiti necessari.


E invece le drammatiche diseguaglianze che osserviamo, sempre più visibili, sempre meno occultabili nel mondo della comunicazione globale dove i confronti sono immediati, sono un veleno che inquina la vita sociale e mette a rischio la tenuta delle istituzioni e della stessa democrazia. Il paradosso dei paradossi è infatti quello di una comunicazione abile che mette gli ultimi gli uni contro gli altri (a seconda che si trovino da un lato o l’altro di confini tra Stati) e li spinge a votare, come è accaduto negli Stati Uniti, per un governo di super-miliardari che hanno in programma di distribuire briciole, alzare barriere e aumentare ancor più le diseguaglianze. Così il primo atto presidenziale di Donald Trump sarà l’abolizione dell’Obamacare che finanzierà il taglio di imposte per i ricchi e aumenterà i divari visto che, come è noto, il sistema pubblico anche oltre l’Altlantico dà più di quanto riceve dai poveri e viceversa.


Il mondo raccontatoci da Oxfam è terreno più che mai fertile per la filantropia. Con diseguaglianze così vistose i super-ricchi possono far bella figura e accreditarsi come benefattori sociali destinando qualcosina all’assistenza degli ultimi. Nazionalismo e filantropia diventano così gli specchi per le allodole con cui si distoglie l’attenzione dal problema perché. Oltre che di gratuità e di volontariato – chiave della generatività e "ricchezza" della vita personale di ognuno – abbiamo bisogno di molta più giustizia sociale.


Per risolvere il problema non c’è da inventare nulla, non bisogna scoprire nessun nuovo vaccino, le ricette sono già tutte pronte. Ci vuole soltanto più sensibilità sociale e politica, alimentata da un’informazione migliore e non deformata dalle bufale e dai travisamenti che oggi chiamiamo «post-verità». In primo luogo, suggerisce giustamente Oxfam, società civili, governi nazionali e istituzioni internazionali mai come in questa epoca devono urgentemente sostenere la battaglia contro l’elusione e i paradisi fiscali. Per questo far pagare le tasse alle grandi imprese globali della Rete è sempre più urgente. La responsabilità fiscale deve poi diventare, assieme a quella sociale e ambientale, una dimensione sempre più importante sulla quale valutare le imprese e i cittadini devono imparare a usare il maggiore potere che hanno che consiste nel premiare con le loro scelte di consumo e di risparmio le aziende leader nella sostenibilità sociale, ambientale e fiscale.Esercitando una pressione dal basso che pesa, e può immediatamente correggere i comportamenti delle imprese.

Certo, le scorciatoie nella ricerca di senso ci portano alla comoda strada dei complottismi. In realtà siamo tutti vittime e carnefici, prigionieri di un ingranaggio che abbiamo noi stessi creato o che noi stessi finiamo per perpetuare con le nostre scelte quotidiane. Dobbiamo diventare più scaltri e capire nel nostro carrello quanta dignità del lavoro, quanta salute e sostenibilità ambientale, quanta responsabilità fiscale abbiamo acquistato. Per scoprire magari che, senza pagare un euro in più, avremmo potuto dare un segnale molto importante alle imprese trasformando la loro scelta di responsabilità in variabile competitiva. Perché il mercato senza i nostri consumi e risparmi non va avanti. Un mondo più giusto nel quale i cittadini imparano veramente a fare i loro interessi dando forza allo sforzo delle buone istituzioni per disinnescare l’inquinamento sociale delle diseguaglianze è a portata di mano se lo vogliamo. Se non riusciremo a cogliere l’occasione la responsabilità sarà anche nostra, e non potremo prendercela con nessuno.

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