Se lo Stato si lava le mani
giovedì 6 dicembre 2018

L’imprevisto che spiazza la politica dal piglio cattivo sta diventando in queste ore anche una piccola lezione dei cittadini allo Stato e un compito che quegli stessi cittadini si autoassegnano. La storia che ha dato la scossa, ben nota ai nostri lettori, è quella di Yousuf (Giuseppe), Faith (Fede) e della loro bimba di pochi mesi, allontanati lo scorso fine settimana dal centro di Isola di Capo Rizzuto, in Calabria dove erano ospitati. In strada la piccola famiglia, accolta in Italia con «protezione umanitaria» eppure "scartata", è rimasta solo poche ore. Sufficienti a entrare nell’attenzione e nel cuore di tanti come autentico "presepe vivente", secondo il titolo e il senso del nostro editoriale di domenica 2 dicembre 2018. Come simbolo concreto di un’umanità che resiste allo spirito dei tempi e genera nuovo bene. Ed è quel che è successo da quel momento che colpisce e fa sperare: una mobilitazione reale, senza fronzoli, di singoli e di famiglie, di associazioni e di enti (non solo cattolici) che hanno dichiarato la propria disponibilità a farsi carico del futuro di quei giovanissimi genitori e della loro creatura. Come anche del futuro di tanti altri profughi, tristemente finiti nel limbo spalancato da alcune norme del decreto sicurezza e immigrazione.

«Se invitassimo a casa nostra questa famiglia per il tempo delle vacanze di Natale? Quale insegnamento migliore per i nostri quattro bimbi piccoli per far capire quello che ha vissuto realmente Gesù?», ha scritto alla nostra redazione una famiglia di Chiavari. Mentre da Milano si faceva viva la San Vincenzo. «Ci siamo, per loro e per tutti gli altri che verranno» e braccia aperte venivano annunciate in tutta Italia, da Nord a Sud, mentre sul territorio un silenzioso gioco di squadra di Caritas, Terzo settore e Prefetture ha dimostrato senza fanfare che il giro di vite anti-accoglienza non ha colto del tutto impreparati operatori della sicurezza, educatori e attori della solidarietà.

Come trasformare tanta naturale generosità in un servizio effettivo al Paese? L’approvazione del decreto Salvini, paradossalmente, sta chiedendo al mondo delle associazioni e delle cooperative un serio salto di qualità nelle modalità di accoglienza: non basta il generoso impegno in prima, a volte primissima linea, per dare un tetto iniziale a profughi e migranti giunti via terra e via mare. Lo Stato si ritira e se ne lava le mani, creando condizioni per nuova miseria e nuova insicurezza.

Serve un secondo passo, un impegno più pronunciato e deciso per una reale inclusione delle persone alle quali – per le sofferenze che hanno subito in patria o lungo il cammino verso l’Italia e l’Europa – è stato riconosciuto il 'diritto a restare'. Perché non finiscano risucchiati nei gironi infernali dello sfruttamento e del crimine, servono più che mai – come sollecitiamo da anni, assieme ai protagonisti dell’accoglienza regolata e responsabile – percorsi che contemplino, insieme all’aiuto materiale, un efficace coinvolgimento degli stranieri nell’apprendimento della lingua, nei corsi di formazione personalizzati e, al tempo stesso, in attività di responsabilità sociale e di 'restituzione' verso i territori che li accolgono. Lavori sin qui fatti sempre meglio dagli Sprar, che purtroppo la nuova legge punta a ridimensionare e smantellare. Eppure queste buone pratiche sono modelli da salvare, valorizzare e applicare. Microaccoglienza diffusa, responsabilizzazione 'dal basso', partecipazione dei Comuni sono e restano fondamentali, come insegnano in queste ore le vicende di presa in carico 'spontanea' di migranti (quando non di pacifica 'disobbedienza civile') di sindaci e comunità.

È proprio questo farsi avanti gratuito, certo da armonizzare e organizzare sempre meglio, che l’attuale classe di governo – e primo fra tutti il ministro dell’Interno – dimostra purtroppo di non cogliere, di non capire e persino di avversare. Eppure è vero Bene comune, patrimonio su cui contare e su cui investire.

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