martedì 9 novembre 2021
Dal fronte del Sahara Occidentale, dove si combatte dal novembre 2020
Posto di guardia a Gdeim Izik, in Sahara Occidentale

Posto di guardia a Gdeim Izik, in Sahara Occidentale - G. Mastromatteo

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I fuoristrada disegnano piste sulla sabbia incandescente del Sahara Occidentale. Omar Deidih Brahim sobbalza, avvolto nel suo turbante verde, mentre sfreccia rapido il convoglio dei mezzi militari saharawi. «Dobbiamo allontanarci subito – esclama – o i soldati marocchini ci scaricheranno addosso l’artiglieria pesante». All’orizzonte, colonne di fumo e polvere si alzano dal deserto piatto. A seguire, i boati sordi squarciano il silenzio, in lontananza. Sono le batterie di razzi lanciate dai saharawi. La risposta del Marocco non si fa attendere. Una salva di missili si abbatte sulle posizioni da cui è partita l’offensiva, a non più di un chilometro da dove ci siamo riparati. «È così tutti i giorni, da ormai un anno – spiega Omar – questa è la seconda guerra del Sahara Occidentale, che il Marocco si ostina a negare».

Ci troviamo nell’area di Mahbes, VI regione militare dell’esercito di liberazione popolare saharawi (Elps). Uno scampolo di deserto dimenticato, dove convergono i confini di quattro Paesi dell’Africa settentrionale. A Nord c’è l’Algeria e l’arido deserto dell’Hammada, dove da 46 anni giacciono i campi di rifugiati saharawi. A Est c’è la Mauritania. Sul lato opposto, il Marocco. All’orizzonte si intuisce il muro militare, la lunga duna fortificata fatta costruire da re Hassan II, negli anni Ottanta. Oltre 2.700 chilometri di sabbia e mine, il muro più lungo mai edificato al mondo, dopo la Grande muraglia cinese. Taglia in due come una cicatrice quello che dovrebbe essere il quarto Paese, il Sahara Occidentale. «Abbiamo atteso per trent’anni una soluzione pacifica, ma invano – dice Omar, mentre balza giù dalla jeep – vogliamo solo quello che ci spetta: il referendum per l’autodeterminazione del nostro popolo, chiesto dalle Nazioni Unite dal 1966. Non vogliamo restare l’ultima colonia d’Africa».


Un anno fa il Fronte Polisario dichiarava decaduta la tregua con il Marocco, dopo 29 anni. Oggi il conflitto prosegue. Nei campi dei rifugiati, pandemia e penuria di cibo

Inizia nel 1975 la decolonizzazione incompiuta del Sahara occidentale, dannato dalle sue ricchezze: fosfati e pesca. La Spagna è al capezzale del caudillo Francisco Franco. Era stato lui a rendere provincia la colonia del Sahara spagnolo. Due anni prima, i saharawi avevano dato vita al loro movimento di liberazione nazionale, il Fronte Polisario. Gli spagnoli si ritirano e siglano a Madrid un accordo segreto con Marocco e Mauritania, che si spartiscono il territorio. Il Polisario prende le armi. La prima guerra del Sahara Occidentale inizia qui e dura 16 anni. La gran parte dei saharawi si rifugia nei campi algerini, dove fonda, in esilio, la Repubblica araba saharawi democra- tica (Rasd). La Mauritania abbandona. Il Marocco cristallizza l’occupazione, costruendo il muro. Le armi tornano a tacere solo nel 1991, dopo che l’Onu convince le due parti a firmare un faticoso cessate il fuoco. Viene creata la Minurso (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale). Deve vigilare sulla pace e permettere il referendum. Ma i propositi restano tali, per 29 anni. Alla fine, il Polisario non riesce più a contenere la pressione dei giovani saharawi, fiaccati da 45 anni di esilio nel deserto. «Noi siamo un popolo pacifico – spiega ancora Omar – ma non ci era rimasta altra scelta. Siamo stati costretti a tornare alla guerra. Ora libereremo la nostra terra con le armi. O moriremo da martiri».

Omar ha 23 anni e parla quattro lingue. Con una mano tiene il kalashnikov, con l’altra un paio di libri: «L’arma più importante» sorride. Il suo percorso di studi è una mappa del vecchio mondo disallineato che appoggia la Rasd: le scuole superiori tra Libia e Algeria, l’Università a Cuba. Nei campi è tornato per combattere, dopo che la guerra è ripresa, il 13 novembre di un anno fa. Il casus belli ha luogo a Guerguerat, al confine Sud con la Mauritania. Un gruppo di civili saharawi blocca per settimane l’importante arteria commerciale che dal Marocco si dirige verso il meridione del continente. Si radunano nel tratto di strada che attraversa la buffer zone, tra il muro e il confine mauritano, l’area demilitarizzata sancita dall’Onu nel 1991. Mohamed VI decide di far entrare l’esercito. Il Polisario dichiara decaduta la tregua. E torna a combattere.

«Mi sono ferito a Guerguerat, proprio quella notte» racconta Abdalahi Mohamed Fadel, mentre si trascina zoppicando tra le corsie dell’ospedale militare di Bola. È un comandante del Polisario, uno dei veterani del primo conflitto. Da un anno si porta dietro una lacerazione al piede che non vuole saperne di guarire. «Sono stato il primo ferito di questa nuova guerra – dice – ma purtroppo non sarò l’ultimo. Da questo ospedale sono già passati diversi ragazzi. Quasi tutti feriti dall’artiglieria e dai droni da combattimento marocchini». È stato un drone ad uccidere, lo scorso aprile, Addah Al Bendir, capo di stato maggiore della gendarmeria saharawi. Finora, il Polisario conteggia una decina di perdite e circa venti feriti. «Il monarca del Marocco nega persino che ci sia un conflitto – dichiara il presidente della Rasd, Brahim Ghali – la realtà è che i combattenti saharawi attaccano le posizioni marocchine ogni giorno. Siamo disposti a fare qualunque sacrificio, pur di raggiungere quello che è un nostro diritto».

La sproporzione di forze è evidente. Ma il conflitto, seppure a bassa intensità, rischia di destabilizzare l’intero quadrante. A preoccupare è la profonda crisi diplomatica tra Algeria e Marocco. Negli scorsi mesi Algeri ha dapprima annunciato la rottura delle relazioni con Rabat. Quindi ha interdetto lo spazio aereo ai velivoli marocchini e francesi. Sullo sfondo, ancora una volta, la crisi del Sahara. Un popolo tagliato in due da un muro. Da un lato i saharawi rifugiati nei campi. Dall’altro coloro che vivono nei territori occupati dal Marocco. Salah Lebssir, per quanto giovane, appartiene a entrambe le categorie. «Sono nato e cresciuto nella città occupata di Smara – racconta – nel 2015 mi hanno arrestato per aver preso parte a una protesta saharawi. E mi hanno messo in carcere per quattro anni. Mi torturavano con cavi elettrici, bastoni, corde. Non potevo vedere la mia famiglia, né avere accesso a cure mediche». Oggi Salah vive ai campi, da rifugiato politico. Lavora come mediattivista per la Fondazione Nushatta. «Giriamo video – spiega – per bucare il blackout imposto dal Marocco e informare sul conflitto».


È sempre più difficile contenere la pressione dei giovani, fiaccati da 45 anni di esilio nel deserto Il dramma di un popolo tagliato in due da un muro

Dalle zone di guerra sono dovuti scappare circa 4.750 saharawi. Oggi sono rifugiati interni, di ritorno in un accampamento di rifugiati. E’ il caso del pastore Mohamed Moulud Sidahmed. Una vita trascorsa a pascolare le sue capre nei pressi della città di Tifariti, dove oggi si combatte. «Da quando è ripreso il conflitto – testimonia – ho dovuto abbandonare tutto. È troppo pericoloso, per me e per la mia famiglia. Siamo dovuti fuggire verso i campi. E non abbiamo più nulla». La guerra non è l’unico problema. Non piove da tre anni. E da due bisogna fare i conti anche con la pandemia. Il dottor Talebuya Brahim Ghali ci fa strada verso il reparto Covid dell’ospedale nazionale di Rabuni. Dodici letti e altrettanti respiratori, non certo di ultima generazione. Ci sono due pazienti ricoverati, un uomo e una donna, entrambi sulla sessantina. «Ora il virus è sotto controllo – spiega il dottor Ghali – ma c’è stato un momento in cui l’ospedale era saturo. Abbiamo dovuto evacuare pazienti verso Tindouf». In totale, dall’inizio della pandemia, nei campi saharawi si sono registrati oltre 1.700 casi e 67 morti.


Non c’è più farina, né riso, e per tutto il resto, è stato dato fondo agli stock d’emergenza.
Già 1.700 casi di Covid, e 67 morti, mancano i vaccini

Ma oltre al bilancio sanitario, a gravare su una popolazione che vive di aiuti umanitari, è stato il blocco delle frontiere, che ha reso impossibile l’approvvigionamento di cibo. «Non abbiamo più farina, né riso – constata Buhubaini Yahia, presidente della Mezzaluna rossa saharawi – e per tutto il resto, abbiamo già messo mano agli stock d’emergenza. Oggi, qui ai campi, tre donne su quattro soffrono di anemia. E un bambino su tre è malnutrito cronico». Stando ai numeri del Programma Alimentare Mondiale, l’insicurezza alimentare tra i saharawi è passata dal 77 per cento del pre-pandemia al 92 per cento di oggi. Meglio non va sul versante dei vaccini. Con fatica, negli ultimi mesi sono giunte anche quaggiù le prime dosi di Astra-Zeneca e SinoVac. Ma la percentuale dei vaccinati è ancora molto bassa. «Europa e Stati Uniti hanno un accesso privilegiato ai vaccini – denuncia il dottor Ghali – c’è uno squilibrio evidente. Spesso sono consapevole che alcuni miei pazienti non si salveranno, perché necessiterebbero di trattamenti che qui non possiamo fornire. È questa la cosa che fa più male».

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