martedì 10 gennaio 2012
Ricchezza e merito sono parole sempre più al centro del dibattito pubblico. Parole grandi e quindi ambivalenti, per cui affermarne la loro centralità e importanza può e deve essere solo l’inizio di un discorso, non il termine, come invece accade spesso. La ricchezza non è in sé né buona né cattiva, poiché il giudizio civile sulla ricchezza dipende da come la ricchezza nasce, e da come la si usa. I recenti studi sui "paradossi della felicità", ad esempio, ci dicono ormai chiaramente che quando la ricchezza è principalmente possesso di beni di comfort produce nelle persone noia e frustrazione. Se poi la ricchezza nasce non solo da rendite, ma anche da evasione, o da sfruttamenti di ambiente, persone e futuro, o da speculazioni su prezzi dei prodotti e delle monete, questa ricchezza non è buona e certamente non ha nulla a che fare con il merito. La domanda più importante da fare a chi parla, legittimamente, di merito è: merito in che cosa? Le imprese e la finanza hanno remunerato, soprattutto in questi ultimi decenni, con stipendi altissimi professionisti certamente meritevoli sotto il profilo tecnico e delle competenze, ma che a causa di prassi spregiudicate nella gestione dei rischi, dell’etica e dei rapporti, hanno prodotto i disastri che tutti conosciamo. Un’azienda che deve assumere un nuovo lavoratore guarda senz’altro ai meriti del curriculum vitae e degli strumenti, ma guarda anche – e nei momenti di crisi soprattutto – al merito e alla capacità di sapere lavorare in gruppo, di risolvere e accudire i conflitti, e alla generosità nella gestione dei rapporti, cose che le imprese buone sanno molto bene. Dimensioni, queste, difficilmente misurabili e oggettive, e per questo essenziali. La democrazia, anche quella economica e organizzativa, si gioca molto sulla nostra capacità di dar vita a più registri di meritorietà. L’arte di un manager o di un educatore è soprattutto saper far emergere la dimensione di merito racchiusa in ogni persona, i suoi talenti o il suo daimon (direbbe Socrate), perché se il merito diventa monodimensionale, la meritocrazia diventa inevitabilmente oligarchia, e confligge con la democrazia e con la libertà. Ricchezza e merito sono quindi legati ai talenti di ogni persona. Il rapporto tra talenti e frutti (tra cui la ricchezza) dipende soprattutto dalla qualità della famiglia, delle comunità e della società nella quale cresciamo, dalle opportunità di educazione e di istruzione, dall’amore e dalla cura che riceviamo soprattutto nei primi anni di vita. Chissà quanti Mozart o Steve Jobs non sono sbocciati perché nati nel luogo sbagliato! Tutte queste dimensioni non dipendono dal nostro merito soggettivo, ma ci sono dati in modo gratuito (i talenti sono "ricevuti", come ci dice la Parabola evangelica), e fanno sì che le potenzialità fioriscano e maturino. È questa, allora, la radice umanistica profonda del principio di solidarietà nell’uso della ricchezza, che non va ascritta al registro dell’altruismo e del sacrificio, ma a quello della giustizia: la ricchezza va condivisa perché prima è stata ricevuta. Il modello sociale ed economico italiano – comunitario e cattolico – ha sviluppato nei secoli un suo modo di condivisione della ricchezza, che a differenza di quello calvinista di tipo americano, non ha al suo centro la categoria della restituzione di una parte di ricchezza alla società e agli esclusi. Mentre il capitalismo Usa distingue nettamente l’economico dal sociale (business is business), con la filantropia-restitutiva che fa da ponte tra i due, la parola-chiave del nostro umanesimo è economia civile, cioè un’economia che nasce dalla comunità e una comunità che fa impresa (si pensi al made in Italy, alle imprese familiari, o alle cooperative sociali che sono un gioiello dell’Italia di oggi). Il modello economico italiano è stato ed è ancora un meticciato tra famiglia, impresa, Stato, comunità. Questo modello ha portato frutti straordinari in passato, ma nella modernità si è ammalato dando vita alle varie mafie e a certi ben noti e ben determinati familismi amorali, che sono una sorta di nevrosi del nostro corpo sociale. Nelle nevrosi, però, la malattia nasce spesso da una patologia di una parte buona della persona, a volte la migliore (ad esempio: il genio che diventa narcisismo); e se la terapia uccide questa parte buona, la cura si "mangia" la persona. Usciremo allora da questa crisi guardando in faccia le nostre malattie, capendo il nostro genius loci, stimandolo, accogliendo e trasformando le nostre nevrosi collettive, e non imitando altri modelli di capitalismo. Se non daremo vita a un nuovo Umanesimo civile, insieme all’Europa e al Mediterraneo, gli spread aumenteranno, e non soltanto quelli tra i titoli ma pure quelli tra le civiltà.
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