domenica 15 gennaio 2012
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L’ultima raffica di declassamenti da par­te di Standard and Poor’s che ha colpi­to al cuore la Francia ed altri otto Paesi mem­bri dell’Unione Europea fra cui l’Italia (boc­ciata con un doppio taglio che la porta nella zona "B" della valutazione di affidabilità) po­ne con drammatica evidenza il problema del­la credibilità delle società di rating, della cor­rettezza delle loro valutazioni, dei criteri con cui emettono le loro pagelle e in definitiva di quella sorta di cartello monopolista che as­segna fortune – e più più sovente sventure – ai debiti sovrani, agli istituti di credito, alle nazioni stesse. Il downgrading inflitto a Parigi due giorni fa è a suo modo esemplare per il momento scel­to e per le conseguenze che potrà avere sul­le elezioni presidenziali. Con una furbizia as­sai poco dissimulata: intimoriti dalla pro­spettiva di declassare un Paese economica­mente forte e geopoliticamente rilevante co­me la Francia, i Soloni di Standard and Poor’s (memori forse delle recenti dimissioni del lo­ro presidente Deven Sharma, caduto dopo aver improvvidamente declassato gli Stati U­niti d’America) hanno preferito sparare nel mucchio, coinvolgendo nella strage dell’af­fidabilità finanziaria la "virtuosa" Austria, as­sieme alle negligenti Spagna, Portogallo, Slo­vacchia Cipro, Slovenia, fino all’Italia, repu­tata «provvista di adeguata capacità di rim­borso, che però potrebbe peggiorare», giudi­zio quest’ultimo che ci apparenta – udite u­dite – al Perù, alla Colombia e al Kazakhstan. Tutto ciò è inverosimile. E non lo diciamo perché è anche l’Italia tra i bersagli designati e proprio all’indomani di una manovra e­conomico- finanziaria senza precedenti e di un cantiere di liberalizzazioni e di riforme altrettanto rivoluzionario, ma perché non crediamo che le agenzie di rating valutino con sufficiente rigore e serenità. Gli esem­pi non mancano e la letteratura in materia abbonda: le tre "sorelle" – S&P, Moody’s e Fitch – in passato so­no incorse in errori di valutazione clamorosi. Ma ancor più paradossale è il fatto che S&P – quasi a orologeria – abbia declassato il nostro Paese in prossi­mità dei medesimi provvedimenti che aveva sollecitato come "stabiliz­zatori" del rating. Che cosa ha provo­cato questa inversione di giudizio che fa dire a S&P: «Con il nuovo governo Monti la politica italiana è profonda­mente cambiata, ma i progressi non sono sufficienti a superare i venti con­trari»? E soprattutto, con quale facoltà e prerogative senza appello si croci­figge un Paese, un’economia, una classe politica, un governo? Perples­sità che anche Pechino comincia a condividere, sollevando «dubbi sulla credibilità delle agenzie di rating e sul­la loro tempistica». Significativa a questo proposito una dichiarazione di ieri di Angela Merkel: «Bisogna rivedere le norme per le a­genzie di rating per limitare la dipen­denza dai loro giudizi». Sagge parole, non supportate però sinora da analoghi com­portamenti. Perché se è vero che dietro a que­sti autentici poteri irresponsabili ci sono for­ti interessi (americani soprattutto) e tanti spettatori tutt’altro che disinteressati, è vero anche che il nocciolo della maggior parte dei rapporti-pagella (i famosi outlook) delle a­genzie di rating è assolutamente condivisi­bile. E nonostante certe previsioni fatte fil­trare sapientemente prima di un verdetto (in gergo si chiamano self fulfilling prophecies, ovvero "profezie autoavveranti") finiscano per provocarne davvero l’effetto, rimane il fatto che l’Europa è un gigante malato e che l’Italia è fra i suoi pilastri quello più bisogno­so di cure, di riforme, di razionalizzazione degli sprechi, delle false priorità e dei veri pri­vilegi. Criticare le agenzie di rating non deve essere un alibi per fingere che i sacrifici non siano necessari, che l’emergenza non esista. Esiste, eccome. L’Europa se ne sta accorgen­do, si sta svegliando seppure con imbaraz­zante ritardo. Anche per questo prima o poi (meglio prima che poi) dovrà ben nascere un’agenzia di rating europea, trasparente e senza i macroscopici conflitti di interesse di quelle americane. E anche questa è un’ur­genza che riguarda tutti.
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