martedì 7 novembre 2017

Sicilia terra politica tutta speciale eppure "laboratorio" dove si anticipano proposte politiche e si verificano tendenze destinate a manifestarsi e a condizionare il quadro politico nazionale. Suona da tempo come un luogo comune, e in parte effettivamente lo è, ma è anche un fatto che domenica 5 novembre 2017 dal voto dei siciliani che sono tornati a scegliere assemblea e governo regionali è arrivato un segnale che riguarda tutto il Paese. Un segnale che raddoppia la sua forza a causa del contemporaneo, assai più piccolo ma per certi versi più clamoroso, risultato del Municipio romano di Ostia, dove i cittadini sono tornati anticipatamente alle urne dopo il commissariamento e il susseguente scioglimento decisi in risposta ad acclarate infiltrazioni mafiose.

Non è però l’incombente (e gravissima) presenza della criminalità organizzata a legare i fatti elettorali nella grande isola storicamente piagata dal cancro della mafia e sul tratto di litorale laziale che rappresenta l’antica porta di Roma Capitale, ma è un’assenza. La coriacea e dura assenza dei troppi cittadini elettori, che non vogliono saperne più di votare. Poco fa, infatti, usando il verbo "tornare" ho sbagliato. Gli elettori non stanno tornando affatto. Se ne stanno andando. Si allontanano dalle urne. Per delusione, indignazione, stanchezza, rabbia, sfiducia...

In Sicilia, dove la partecipazione alle regionali era già piombata nel 2012 sotto al 50%, hanno votato ancora meno persone dell’ultima volta: poco più di 46 su cento. A Ostia praticamente i due terzi – i due terzi! – degli aventi diritto hanno ignorato la chiamata del primo turno elettorale (e visti i precedenti, tutti possono immaginare che cosa potrà accadere al ballottaggio dove in genere si vota ancora in meno). Meglio che i nostri politici se lo mettano bene in testa: possono vincere o perdere spartendosi i suffragi espressi, e questo succede, perché siamo in democrazia e in democrazia conta chi c’è, ma loro tutti insieme stanno perdendo il Paese, pezzo a pezzo. E nel vuoto che così si sta creando si può incuneare davvero di tutto. Può avere spazio e legittimazione anche il peggio, sul piano politico, sul piano civile.

Minoranze cattive o incattivite possono pesare più del giusto e più del vero. È già successo, anche nella nostra storia. Comincia a succedere di nuovo. E a noi, e non solo a noi, cominciano a non tornare più i conti. Sarebbe un ben triste esito se la stagione della "rottamazione" del passato inaugurata dall’attuale segretario del Pd, Matteo Renzi, culminasse nella rottamazione di tanta parte del rapporto di fiducia e di rappresentanza tra cittadini e istituzioni politiche e nel sollevarsi, come dal ventre oscuro del Novecento, di onde limacciose che anche in Italia pensavamo arginate per sempre.

Certo, intanto chi decide di votare compie scelte esplicite. Lo attestano i risultati dei vincitori del 5 novembre. Innanzi tutto il centrodestra che si conferma, dopo la gran ripresa primaverile, prima coalizione nonostante la faticosa alleanza-competizione tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (per la prima volta da mesi e mesi con il primo in vantaggio sul secondo per raccolta di consensi e per leadership "sul campo"). E poi del Movimento 5 Stelle, che dopo il passo di lato di Beppe Grillo e l’incoronazione di Luigi Di Maio a leader e candidato premier si conferma a sua volta primo partito: solitario perché volutamente non componibile con nessun altro, e questa condizione è la sua forza e il suo limite.

Ma lo sanciscono quasi di più i dati che danno sostanza alla débâcle delle formazioni di centrosinistra e di sinistra, che ancora una volta si confermano una paradossale non-coalizione imperniata sul rifiuto della leadership altrui, prima fra tutte quella di Renzi, e alla quale personalismi, bizantinismi e scissionismi non stanno portando nessuna dote significativa in termini di consensi. In una terra resa sempre più stretta dai voti negati da tanti italiani, il Pd bene che gli vada resta fermo, mentre intorno i suoi avversari riescono a crescere, gli alleati perdono peso (dura la lezione ad Ap, nella regione di Angelino Alfano) e gli ex alleati non lo trovano abbastanza, ma giusto quanto basta per agevolare e sottolineare la sconfitta del partito-perno di quell’area politica. La prima è alleanza, per tutti, è però quella con gli elettori.

Ed è un fatto che Renzi, oggi, è il capo partito che più dimostra, anche in questo senso, una scarsa capacità di coalizione. Non era così, all’inizio della sua parabola. Non è mai troppo tardi per chiedersi perché, per misurarsi coi conti che non tornano, proprio come i non-votanti. Altri stanno trovando, a loro modo, risposte. Insufficienti per mobilitare i delusi e gli scorati, sufficienti – a quanto pare – per puntare alle stanze dei bottoni. Nel vecchio schema bipolare, quando il centrodestra a trazione settentrionale è riuscito a vincere anche all’estremo Sud, poi ha sempre conquistato il governo del Paese. Oggi i grandi poli sono tre, e questo tiene ancora aperto il discorso. Vedremo chi saprà farlo bene, facendo bene al Paese. Anche a quella parte, ormai troppo grande, che sembra non ascoltare, e che in realtà cerca e pretende e merita qualcosa di giusto e di nuovo.

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