lunedì 10 gennaio 2011
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Si registra un aumento di matrimoni all’Aquila, in questo secondo anno dal terremoto, ed è bello. Non c’è una ragione per cui debba esserlo, è bello e basta, perché la bellezza non ha bisogno di spiegazioni, o non sarebbe tale, come hanno insegnato filosofi, poeti e pensatori da 2.500 anni ad oggi. Sarebbe così anche se si registrasse un aumento delle coppie che si mettono insieme senza volersi sposare, ma il fatto che avvertano l’esigenza di accedere a questa soglia – che per i credenti è sacramentale, per i non credenti è comunque espressione, di fronte alla collettività, di una progettualità d’impegno e di vita comune, ed in senso esclusivo – acquista valenze particolari in una realtà devastata. C’è un che di sfidante e di gioioso, nel celebrarlo. Hic et nunc, qui e adesso, avrebbero scritto gli antichi: in una città, in un hinterland dalle chiese in buona parte chiuse o non ancora agibili per un matrimonio: col magnifico decoro in pietra dei fregi e delle sculture che non sorride, oggi, al corteo degli sposi, come ha fatto per secoli; con i sontuosi portali – romanici, gotici, barocchi – che non si spalancano festosi perché coperti da impalcature, fasce e tiranti che provano a impedire a tutta quella bellezza di venirsene giù. C’è qualcosa di sacro nello sposarsi così. C’è qualcosa di cristiano e di ancestralmente religioso. C’è qualcosa di mistico e di dionisiaco nel gridare di voler vivere, in una città sentita come civitas hominum e civitas Dei; nel chiamare gli altri intorno a sé per festeggiare e pronunciare di fronte a loro una promessa, confermando la scelta del compagno o della compagna con cui condividere l’esistenza e – grande frontiera che la relativizzazione imperante non scalfisce – nel generare altra vita dalle due che si uniscono. L’Aquila è l’icona di chi crede oggi in ciò. Bisogna sposarsi all’Aquila, perché non c’è più nulla intorno, tranne la lotta, la sfida e l’amore. Bisogna pronunciare le parole d’amore tra le rovine e gli sbrechi, o in vista delle case silenziose, se un senso e una forza devono avere quelle parole. L’Aquila era la città delle novantanove chiese, con uno dei centri storici e monumentali più importanti dell’Italia centrale. Un gioiello venuto su con forza, in nove secoli, in lotta contro tutto, su un pianoro a ottocento metri d’altezza, sferzato dal vento gelido d’inverno e col sole che spacca le pietre d’estate. Devastata dai terremoti, nel corso dei secoli è sempre risorta. Il suo motto civico – da molti parso in triste contrapposizione con il sisma del 6 aprile 2009 – dice Immota manet, sta ferma. Forse non sta ferma. Forse si scuote. Lo fa, ogni tanto, e con danni. Però risorge. Sempre. Per ritrovare lo stesso senso di resurrezione di queste vite in lotta, ai margini di una città in lotta, dentro una regione in lotta, per cogliere ancora la stessa joie de vivre, bisogna riandare a oltre sessant’anni fa, al 1946–47–48, all’esplosione dei matrimoni alla fine della guerra, dopo che proprio nell’Aquilano, oltre che nel Chietino e nel Lazio meridionale, tra il 1943 e il ‘44 si era attestata la sanguinosissima linea Gustav, quella di Montecassino, con tutto il portato che un’occupazione nemica recava con sé: requisizioni, rastrellamenti e stragi di civili seconde solo a Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema. I tedeschi se ne andarono e le spose sorrisero agli sposi tornati dalla guerra. Vestivano abitini bianchi, ch’erano spesso abitini da riutilizzare l’estate, perché di vestiti non ce n’erano molti. Questa è una terra che periodicamente patisce. Ma si rialza e si riveste di luce, si riveste di bianco, come una sposa. Soffre, ma soprattutto sorride.
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