Forza o debolezza. Quando la politica è «movimentosta»
giovedì 12 luglio 2018

Càpita, nella vita individuale e collettiva, che quando si presentano problemi gravi, o ingarbugliati e situazioni difficili e pericolose ci si rivolga a qualcuno che pare abbia la forza per affrontarli. Si cerca, insomma, di avere e mettere in campo più forza. Accade quando dobbiamo sostenere una prova, quando una difficoltà si para innanzi, o quando vediamo minacciato qualcosa che ci è caro. Anche l’antico salmista, sentendosi in una situazione grave, chiede: «Da dove mi verrà la forza?».

Credo che questa domanda di forza sia alla base anche di comportamenti politici, peraltro abbastanza volubili di molti nostri concittadini I quali indubbiamente alle ultime elezioni hanno premiato chi si è presentato detentore di una certa 'forza' generazionale, ideologica, movimentosta e anche lessicale. Da qui a leggere la cosa troppo semplificando, come alcuni intelettuali fanno, alla stregua di una ricerca dell’«uomo forte», cosa che in Italia evoca sempre ombre del passato, il passo è breve. Ma appunto semplificatorio e dunque fuorviante.

Del resto, parevano 'forti' per vari motivi anche leader e governi precedenti. Quel che sale in vario e mutevole modo da un popolo peraltro fondamentalmente anarchico come il nostro è una domanda di 'governo' spesso espressa o fomentata in modo distorto. Ma tale domanda di forza è anzitutto radicata in un sentimento di 'debolezza' e di difficoltà in cui ci si sente immersi per molti motivi. E le cui radici, innanzitutto culturali e poi economiche e sociali, non sbucano da ieri. Intendo dire che decenni di pensiero debole, di proposte culturali scettiche e di politiche economiche che frustrano i tentativi più coraggiosi e alacri producono, in un Paese che non ha più nemmeno la forza per mettere al mondo figli, la domanda di una politica 'forte', capace di mostrare se occorre i muscoli magari in direzione del problema più evidente, che non è necessariamente il più importante.

Ma occorre prendere sul serio e non demonizzare in modo banale la situazione. Il cristiano specie quello impegnato in politica, nella società e nella cultura - ha, se vuole, una risorsa, un criterio importante per giudicare dove sta la vera forza. Specie in un momento in cui anche le retoriche e le loro enfasi tendono a opporsi 'con forza' tra loro, si è chiamati a un uso proprio e veramente forte delle idee e delle parole. E il cristiano sa che la fonte della forza sta oltre le proprie energie e oltre i propri progetti.

Come dire: chi non prega non sa bene cosa sia la vera forza. Sa anche che la espressione vera della forza è nello spirito di servizio, nella capacità di intendere la politica e l’impegno sociale e culturale non come esibizione, ma come servizio specie a chi ha più bisogno. Tutto questo può avere diverse modalità di espressione e stili ma la vera forza si misura in dedizione e servizio. Perciò in questo momento storico, dinanzi a un paese smarrito e spesso confuso a riguardo delle cose fondamentali, un impegno lieto e forte, veramente forte, dei cristiani è urgente, senza paura e senza complessi. Ci sono tanti cristiani già impegnati in politica e società e cultura.

La loro forza oggi è necessaria. Quella che sa servire, che non segue schemi facili, che non divide il mondo in modo manicheo in buoni o cattivi e cerca di servire il bene ovunque appare e ovunque cerca di crescere. Molti sono già gli esempi e molte le occasioni segnate dalla prima vera forza che è la confidenza in una forza più grande. La confidenza che libera da asprezza, risentimenti, e acidità dell’animo.

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