domenica 28 agosto 2011
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Gli esami scritti sono per i docenti una triste litur­gia alla ricerca dei bigliettini nascosti e dei sem­pre nuovi trucchi per tentare di superare la prova sen­za studiare. Quando un corso è particolarmente por­tato a queste pratiche scorrette la prima e naturale rea­zione del corpo docente è aumentare i controlli e ina­sprire le sanzioni. Anch’io sono caduto in questa ten­tazione, ma ho imparato che il principale se non uni­co effetto che si ottiene è un duplice fallimento: si crea un clima poliziesco in aula e tutti gli studenti lavorano male, e i "professionisti della copiatura" trovano siste­mi sempre più sofisticati per eludere i controlli men­tre è lo studente medio che cade nelle più strette ma­glie dei controlli, poiché ora anche un innocuo sguar­do al vicino di banco viene punito. Lo scorso anno mi è poi capitato di insegnare econo­mia presso una prestigiosa università straniera e ho scoperto che l’esame veniva svolto open book, cioè a libro aperto. Ovviamente ho dovuto elaborare un e­same più articolato, ma mi sono ancora più convinto che il migliore strumento per aumentare l’efficienza e l’equità di un qualunque sistema consiste nel giusto disegno dei meccanismi istituzionali. Inasprendo con­trolli e sanzioni nei miei esami, senza volerlo e con le migliori intenzioni avevo mandato un segnale forte ai miei studenti: «Siete tendenzialmente disonesti e scor­retti ». Un segnale che frustrava le motivazioni intrin­seche dei buoni studenti e scatenava la fantasia di quel piccolo numero di scorretti al fine di dimostrarmi che erano più furbi di me.Credo ci sia un legame fra questa esperienza e il dibat­tito sulla lotta all’evasione fiscale in corso oggi in Ita­lia. Il primo passo di una vera riforma fiscale dovrebbe ripensare il disegno e la logica globale della fiscalità: pas­sare, tornando alla metafora scolastica, dalla "caccia ai bigliettini" agli "esami open book", dove siano dati op­portuni incentivi ai cittadini a pretendere la traspa­renza delle transazioni, proprie e degli altri, consen­tendo, ad esempio, alle famiglie di scaricare più spese e a una aliquota più adeguata di quelle attuali.Un secondo elemento di una seria riforma fiscale do­vrebbe poi partire dalla presa di coscienza che anche se riuscissimo a sanzionare tutti i panettieri, baristi, ar­tigiani e professionisti che non emettono ricevute e scontrini (cosa ovviamente necessaria), esiste una me­ga questione fiscale ed etica di grandi imprese e indi­vidui che hanno sedi legali e residenze nei paradisi fi­scali, e che scambiano tranquillamente nei mercati fi­nanziari internazionali enormi ricchezze eludendo le tasse (basta vedere le reazioni alla proposta della To­bin Tax o della tassazione dei Cds, i Credit Default Swa­ps), magari in attesa di futuri condoni. Senza una se­ria lotta a questi macro scandali fiscali, potremo an­che far chiudere qualche attività che non emette lo scontrino (cosa in sé anche opportuna, so­prattutto quando si tratta di liberi professioni­sti con villone e macchinoni), ma faremmo l’errore grave di chi cura la carie di un pa­ziente e trascura di curarne un tumore. Ben venga la cura della carie (che fa molto male quando si infiamma: la metafora den­tistica è puramente casuale), ma ricor­diamoci del tumore.E c’è di più. Nel 1766 Giacinto Drago­netti, giurista aquilano, pubblicò un li­bro dal titolo Delle virtù e dei premi, non a caso due anni dopo la pubblicazione del più noto Dei delitti e delle pene di Ce­sare Beccaria. Nell’Introduzione di Dra­gonetti si legge: «Gli uomini hanno fatto milioni di leg­gi per punire i delitti, e non ne hanno stabilita pur una per premiare le virtù», e quindi proponeva al suo Re­gno di Napoli di dar vita ad un vero e proprio «Codice premiale» che affiancasse il «Codice penale», sulla ba­se della straordinaria intuizione che un Paese non si svi­luppa se, mentre punisce i disonesti, non premia an­che i cittadini virtuosi. È vero che un modo indiretto di premiare gli onesti è punire adeguatamente gli opportunisti e i furbi, e og­gi l’Italia ha bisogno anche di questo. Dobbiamo però tener presente una delle lezioni della scienza econo­mica: le leggi sono soprattutto dei segnali e dei mes­saggi simbolici, e quelle che si basano sull’ipotesi an­tropologica che gli esseri umani sono per natura op­portunisti e disonesti finiscono con il produrre citta­dini opportunisti e disonesti. Una riforma fiscale che vuole essere efficiente ed equa deve fare affidamen­to prima di tutto sui cittadini onesti e virtuosi che, non dobbiamo dimenticarlo in questi tempi duri, so­no sempre la stragrande maggioranza della popola­zione, anche di quella italiana, poiché se fosse vero il contrario la vita in comune imploderebbe nello spa­zio di un mattino. È dunque la base sana di un popolo che va attivata per una riforma fiscale, con segnali credibili di fiducia, sti­ma, riconoscenza. Il più grande fallimento di una rifor­ma fiscale sarebbe incattivire ulteriormente i rapporti tra i cittadini, portarli a guardare colleghi e vicini di ca­sa come dei potenziali evasori e disonesti, e non come preziosi alleati nella comune costruzione della città.
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