Per garantirci un futuro
martedì 3 ottobre 2023

Qualche volta contemplare a lungo l’orizzonte serve per vedere sotto una luce diversa ciò che abbiamo vicino, esaminare la prospettiva futura può darci modo di sfuggire alla gabbia del “presentismo”, per provare invece a progettare oltre la contingenza. Così, studiare attentamente le “Previsioni della popolazione residente e delle famiglie”, pubblicate giovedì scorso dall’Istat, può fornire indicazioni fondamentali anche per la prossima manovra di bilancio.

Il quadro tratteggiato dall’Istituto di statistica è per molti versi drammatico: la popolazione italiana si stima sia destinata a contrarsi notevolmente, con un calo di 1 milione di concittadini già nel 2030 e ben 13 milioni in meno nel 2080, fermandosi a 45 milioni di residenti, più o meno al livello dell’Italia alla fine della Seconda guerra mondiale. Qualcuno potrebbe pensare che più “larghi” si stia meglio, senza però considerare che una tale diminuzione della popolazione significa anzitutto un’enorme mancanza di forza lavoro. Una debolezza aggravata dal contemporaneo invecchiamento dei cittadini, con un rapporto tra persone in età da lavoro (15-64 anni) e non (minori di 15 e ultra65enni) che passerà dall’attuale 3 a 2 addirittura a 1 a 1 nel 2080.

Certo, si può sempre obiettare che il 2080 è molto lontano: chi scrive certamente non ci sarà più a tediare i lettori e i figli oggi ancora studenti saranno anziani (chiamarli pensionati oggi appare un azzardo). Il declino del Paese, però, rischia di essere continuo in questo lasso di tempo, con sfide inedite nel corso dei prossimi sei decenni. In cui la composizione del nostro Paese «muterà radicalmente» per restare alla terminologia Istat. Con solo 21,5 milioni di nascite e ben 44,9 milioni di decessi, per i quali non basterà neppure l’arrivo di 18,3 milioni di immigrati e 8,2 milioni di emigrazioni dall’Italia. Con famiglie sempre più mononucleari, con anziani sempre più numerosi e soprattutto soli: 5,8 milioni già nel 2040.

È questo l’orizzonte con cui dobbiamo fare i conti. Anche e soprattutto quelli della legge di Bilancio. Bene, anzi benissimo, perciò, puntare ancora sul sostegno alla natalità e alle famiglie. Giusto farlo per una questione di equità nel presente, per rendere più vivibili le condizioni di chi oggi sceglie di “fare famiglia” e per cercare almeno di tamponare l’emorragia di nascite in futuro. Anche se – e l’Istat questo lo dice in maniera quasi “spietata” – non servirà comunque a cambiare il nostro destino. Perché ormai la situazione demografica è talmente compromessa che – anche nelle previsioni migliori, anche se si riuscisse ad innalzare di alcuni decimali il tasso di fecondità – il numero enormemente ridotto di donne in età fertile non garantirebbe comunque una crescita significativa di nuovi nati.

E però c’è un’altra cifra con la quale fare i conti o meglio “fare pace”: quello dei 18 milioni di immigrati che si stima arriveranno nel nostro Paese a forza di 3400mila l’anno. Non saranno sufficienti a mantenere costante la popolazione, abbiamo visto, ma saranno assolutamente necessari, fondamentali, imprescindibili per il nostro mercato del lavoro, per garantire produzioni e servizi, per far funzionare il Paese e per cercare di mantenere sostenibile un sistema previdenziale in cui a un anziano corrisponderà un solo lavoratore attivo. Va bene, quindi, pensare alla riduzione del cuneo fiscale o altri aggiustamenti al margine, ma la vera sfida sarà uscire dalla logica della contrapposizione rispetto ai migranti, creare le condizioni per l’integrazione e – al contrario del pensiero oggi prevalente – diventare un Paese attrattivo. Più che preoccuparsi oggi di come chiudere i confini, di dove rinchiudere gli irregolari da rimpatriare, dovremmo preoccuparci soprattutto di come far arrivare, legalmente e in condizioni dignitose, sempre più persone e famiglie che si stabiliscano da noi per vivere e lavorare in tutti i settori.

Infine, ma non certo ultima questione, in un Paese che invecchia così tanto e così velocemente come si può pensare di non intervenire – e investire – sull’assistenza agli anziani non autosufficienti, a quelli soli senza più figli e nipoti a sostenerli? Come si può ignorare che questa sarà la più ravvicinata e drammatica sfida che ci si porrà di fronte?

Qualche idea di riforma è stata già abbozzata, c’è una legge delega, nata sostanzialmente bipartisan, che identifica alcune piste di intervento per migliorare la cura degli anziani, agevolare le famiglie perché se ne facciamo carico in maniera sussidiaria, contrastare il ricorso al lavoro nero oggi prevalente in questo comparto. Lasciare ora che tutto si fermi, non finanziando adeguatamente i decreti attuativi, sarebbe un errore. Peggio, un atto di cecità rispetto al presente, un tradimento dell’Italia del futuro.

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