Dare «seconda opportunità» alla pace
sabato 8 maggio 2021

Ci sono studenti, adolescenti, impiegati, contadini. E perfino Francia Márquez, emblema della lotta indigena per la difesa della casa comune. Puerto Rellena, a Cali, non è solo l’epicentro della rivolta colombiana che va avanti ormai da dieci giorni. Ne è anche la metafora. La protesta attraversa trasversalmente la società nazionale.

Segno che la riforma tributaria, scintilla della variegata insurrezione, è stata appunto solo questo, la causa scatenante. Le radici del malessere affondano, da una parte, nel travagliato percorso per uscire da un conflitto pluridecennale. Dall’altra si iscrivono nel dramma di un Continente in cui la pandemia è catalizzatore delle troppe tensioni irrisolte, a partire dal nodo storico della diseguaglianza.

La “pace d’inchiostro” tra il governo e le Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia (Farc), siglata ben due volte nel 2016, ha aperto la strada. Lo slancio per percorrerla con forza e decisione, però, finora è mancato. Le coraggiose riforme, contenute negli accordi dell’Avana, con il sostegno della comunità internazionale, sono rimaste, in gran parte, sulla carta.

Sia per la difficoltà oggettiva di attuarle. Sia perché il processo di pace – creatura fragilissima per sua stessa natura – è finito nella tenaglia della polarizzazione politica. Alla consegna delle armi da parte dei ribelli, non ha corrisposto un analogo disarmo della narrativa, come più volte ha sottolineato il gesuita Francisco De Roux, presidente della Commissione Verità, da sempre impegnato per la fine della violenza. La dicotomia amico-nemico, con me o contro di me, continua a dominare il discorso pubblico.

È questa miopia ad aver consentito, negli ultimi anni, di distogliere lo sguardo di fronte alla conquista di ampie porzioni di Paese – dal Cauca al Putumayo a Tumaco – da parte di nuovi paramilitari, guerriglieri dissidenti, narcotrafficanti, spesso alleati tra loro. È questa retorica che ha indotto a non “vedere” la strage dei leader comunitari, assassinati al ritmo di uno ogni giorno e mezzo dalla fine della guerra.

Un primo, potente segnale sull’insostenibilità della situazione era suonato con le proteste di fine 2019. Il dialogo nazionale convocato in risposta dal governo s’è impantanato nelle urgenze della pandemia. Se, nel breve periodo, quest’ultima ha congelato le manifestazione, nel medio e lungo termine ne ha acuito i motivi.

L’esplosione, dunque, era solo una questione di tempo. E la Colombia rischia di fare da apripista a una nuova, imminente fase di turbolenza continentale. A meno che la politica non si decida a fare il «primo passo» come recitava il motto dello storico viaggio di papa Francesco del 2017.

Un passo concreto che, retorica a parte, implichi la volontà di convocare tutte le parti e costruire con esse, finalmente, una comunità nazionale in cui punti di vista differenti si risolvano con la trattativa e non con il kalashnikov. Le «urgenze posticipate», per parafrasare l’analista Sinar Alvarado, non possono più aspettare. Perché quasi mai – al contrario di quanto diceva l’anziano ex colonnello a cui nessuno scriveva, creato dalla penna di Gabriel García Márquez –, chi ha aspettato tanto può aspettare ancora. L’occasione è, paradossalmente, propizia. La fine ufficiale del conflitto ha liberato la protesta dall’ombra ingombrante delle Farc. La scelta non è più tra adeguarsi allo status quo e unirsi alla guerriglia. Certo, la tentazione di ricondurre tutto alla vecchia logica di guerra è forte da parte dei settori più oltranzisti, capeggiati dall’ex presidente Álvaro Uribe. E gli atti vandalici e gli eccessi violenti di una parte dei dimostranti non fa che riconfermare il pregiudizio.

Davvero, però, la Colombia ha l’opportunità di scrivere una nuova pagina della sua storia, dolente quanto resiliente, in cui – come ci ha rivelato una volta per tutte il Nobel colombiano – «né diluvi né pestilenze, né fame né cataclismi, e nemmeno le guerre infinite lungo secoli e secoli hanno potuto ridurre il tenace vantaggio della vita sulla morte». Ora più che mai è tempo di dar seguito al suo appello, rivolto dal palco internazionale di Stoccolma e ripetuto da Francesco all’arrivo a Bogotà, a costruire «una nuova e travolgente utopia della vita, dove nessuno possa decidere per gli altri persino il modo di morire, dove davvero sia certo l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano infine e per sempre una seconda opportunità sulla terra».

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