sabato 13 dicembre 2014
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Ora che il giorno dell’«esasperazione» è alle spalle (la definizione, azzeccata come poche, è di Giorgio Napolitano) ci si può chiedere che cosa davvero potrà cambiare. Cosa consegna cioè, agli archivi della Repubblica, il ritorno sulla scena di una prassi, come lo sciopero generale, evocatrice di epoche ad alta conflittualità ideologica, ma anche di ben altri scenari di crescita e di sviluppo. Perché, a ben vedere, di proteste come quella di ieri ne abbiamo vissute ormai parecchie, soprattutto a partire dalla tempestosa fine degli anni Sessanta. Ma a parte lo stillicidio di scontri di piazza, con le decine di feriti e di fermati, che ha costellato le manifestazioni in oltre cinquanta città, la vera novità di ieri è soprattutto questa: la prova di forza è andata in scena al culmine della più grave e duratura crisi che il Paese abbia mai conosciuto. Si è andati, cioè, al braccio di ferro a più alto valore simbolico proprio mentre si consuma il punto più basso della nostra vicenda economica e sociale. E quando ormai è chiaro che il destino dell’Italia non è più soltanto nelle mani di Roma, ma sempre di più in quelle di Bruxelles e delle altre capitali europee che contano.  Ecco perché, una volta consumati i tradizionali riti a base di cifre misuratrici del successo della manifestazione, dopo che si saranno raffreddati i fuochi della polemica tipica dello stile tribunizio imposto dai palchi (e qui, magari, il leader “esordiente” della Uil Barbagallo poteva risparmiarsi l’accenno alla «nuova resistenza», contro non meglio precisati nemici della democrazia), i protagonisti dello scontro faranno bene a guardarsi da una doppia e speculare tentazione. I due terzi dello schieramento sindacale tradizionale, sulla scorta dell’asserita messe di adesioni raccolte, non dovranno commettere l’errore di credere che adesso saranno possibili svolte radicali nella politica economica e nelle scelte sociali di fondo avviate dall’esecutivo. Non sarà usuale, ma certo è significativo che uno dei “guardiani” dell’ortodossia comunitaria meno sospettabili di tentazioni rigoriste, il socialista francese Pierre Moscovici, si sia precipitato a commentare il nostro “venerdì della collera”. E l’abbia fatto per ricordare, dopo l’ovvio riconoscimento del diritto pieno a scioperare, che «bisogna fare le riforme» e che queste devono essere «efficaci».  Sul versante governativo, è comprensibile che Renzi rivendichi di non «farsi impressionare» dalla protesta e di prepararsi a tenere il punto nei confronti della piazza. Tanto più che, come da diverse parti è stato osservato, il tentativo di spallata di Cgil e Uil ha assunto in buona misura i connotati di una battaglia di schieramento molto interna al Partito democratico, con l’ala della sinistra più tradizionale, sconfitta nei congressi e nelle urne, alla ricerca di una rivincita contro chi si è presentato come alfiere di una rifondazione senza precedenti e senza “complessi” di appartenenza storica. Il premier e i suoi sbaglierebbero, però, a fare finta di niente, trascurando l’auspicio del presidente della Repubblica, affinché permanga il «rispetto reciproco», e non solo sul piano delle dichiarazioni formali.  È bene quindi che ci sia disponibilità effettiva delle parti a «discutere» in concreto: sia, sulle decisioni già prese come la nuova disciplina del lavoro, per la parte di attuazione che resta da realizzare, sia per quelle che verranno in vista del rilancio economico e occupazionale. Tuttavia, quando il ministro Poletti promette che, sul percorso riformatore, non saranno possibili colpi di freno, potrebbe utilmente aggiungere che occorre semmai qualche deciso colpo di acceleratore. Perché ieri, mentre l’attenzione generale era rivolta ai cortei e ai comizi, oltre che al forse troppo trascurato fenomeno della contestazione violenta alle forze dell’ordine, sono emersi altri segnali poco rassicuranti sul duplice terreno dell’economia e della capacità del sistema istituzionale di autocorreggersi: da una parte la Borsa di Milano ha ceduto un altro 3% abbondante, dall’altra la Commissione Affari costituzionali della Camera ha segnato di nuovo il passo, rinviando i lavori a oggi e vedendo così allontanarsi il traguardo di mandare in aula la riforma del bicameralismo e del Titolo V prima di Natale. Il tempo a disposizione, insomma, è sempre più ridotto. Lo ha ricordato il titolare dell’Economia Padoan: se non si fa in fretta ciò che deve essere fatto, scioperi o no, «non se ne esce».
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