sabato 9 settembre 2017

Tutto avviene tra il suono di due campane, quello della sveglia e quello della campanella della prima ora. Un arco di tempo breve ma quello che vi accade, per gli studenti, è la scoperta del mondo, con tutto ciò che questo comporta: il distacco e l’uscita dal proprio vecchio mondo, il nido materno, il cammino verso un mondo sconosciuto e infine l’incontro al crocevia. Perché la scuola alla fine è un incrocio dove tempo e spazio si incontrano: provenienti da diversi luoghi, alcuni giovani si uniranno con altri coetanei e incontreranno altri esseri umani rappresentanti delle precedenti generazioni. Tutto il mondo nei pochi metri quadrati di un’aula: per tredici anni i piccoli della specie umana, seduti a fianco ad altri loro simili, incontrano i grandi della stessa specie. Da questo incontro-scontro scaturisce il fuoco dell’educazione o almeno dovrebbe scaturire e se ciò non avviene, allora quei grandi si rivelano cattivi maestri, perché come dice papa Francesco, non esiste il maestro "neutrale", egli incide sempre sull’alunno, nel bene come nel male (da qui l’enorme responsabilità che grava sulle spalle dei professori).

Tre fasi dunque: il distacco dal proprio piccolo passato, l’incontro con i contemporanei con cui costruire insieme il futuro grazie all’aiuto di chi porta e trasmette l’esperienza migliore del grande passato. C’è quella scena struggente di "E venne un uomo" di Ermanno Olmi in cui il piccolo Angelo (il futuro Papa Giovanni XXIII) viene prelevato dalla fattoria dei genitori e accompagnato verso il collegio dal parroco che ne ha intuito la vocazione. La cinepresa segue lo sguardo del bambino che vede scomparire dietro di sé il rustico e caloroso mondo dell’infanzia. Il distacco è pungente e la trafittura è solo attutita dal particolare di quella mano del bambino che afferra il braccio del sacerdote intento a proteggerlo con l’ombrello dalla pioggia. C’è a un tempo smarrimento e fiducia in questa scena, la vita è questa cosa qui come insegna l’incipit della "Divina Commedia": uno strappo che disorienta e una mano che soccorre su cui potersi fidare. E questa è anche la scuola.

Dopo la rottura con il passato (e le sue comodità), c’è l’incontro tra coetanei, è il momento del presente, il momento di essere presenti al presente. È il momento di allargare la visuale e scoprire che non si è più soli. Il mondo si spalanca nelle direzione orizzontale, la direzione della solidarietà e, nell’Italia di oggi più che mai, della conoscenza e dell’integrazione. Il ragazzo scopre di non essere il centro dell’universo, ma di essere uno tra tanti, simili a lui, che vivono le stesse trafitture e gli stessi sogni. Simili eppure così diversi. Ognuno è come se fosse un mondo a parte.

Nel "Piccolo Principe" ricorre la figura di tanti pianeti che sono abitati da un solo personaggio (il lampionaio, l’uomo d’affari, l’ubriacone..), piccola grande verità: ogni uomo è un pianeta, un continente sconosciuto. A scuola avviene questa collisione planetaria, i continenti che nascendo si erano separati e navigavano isolatamente si uniscono di nuovo e si ricompattano. Le amicizie che nascono nella scuola spesso sono le più forti e durature. Nei tempi che viviamo il fatto che la scuola sia un grande momento di socializzazione e di integrazione non è un limite, ma un segno di forza dell’istituzione scolastica. La scuola come laboratorio di integrazione, come officina dove sporcarsi le mani e il corpo dell’olio della prossimità, perché la scuola è un luogo ancora, per fortuna, molto "tattile", dove ci si saluta, le mani si stringono e ci si abbraccia. Non è lo scopo principale della scuola, ma forse la scuola non ha un vero e proprio scopo quanto piuttosto un senso e lo stringere relazioni, che è un fatto innanzitutto fisico, è uno dei "sensi" più importanti che scaturisce dall’esperienza scolastica.

Infine, c’è l’incontro tra le generazioni: docenti e studenti, un’altra collisione tra passato e futuro. La scuola come laboratorio non solo di integrazione ma di futuro. Noi professori abbiamo davanti l’Italia dei prossimi decenni. E sta nelle nostre mani, docile. Quel futuro che sembra essere interdetto, proibito alle nuove generazioni. Anche perché è "occupato" da noi più anziani. Vale sempre, allora, oggi più che mai, l’invito di Francesco ad «avviare processi e non occupare spazi». Questa è la scuola: accendere un fuoco e lasciare che si diffonda, dove e come vorrà farlo, anche al di là, si spera, delle nostre speranze e previsioni.

© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: