venerdì 3 novembre 2017
Il lavoro è da tempo al centro del dibattito pubblico. In questa stagione forse ancora più di altre del recente passato, ma sul piano politico-mediatico quasi sempre da una angolazione parziale
Non solo incentivi per dare più fiato al lavoro italiano

Il lavoro è da tempo al centro del dibattito pubblico. In questa stagione forse ancora più di altre del recente passato, ma sul piano politicomediatico quasi sempre da una angolazione parziale: ora un insieme di freddi dati statistici, ora un susseguirsi di storie e di casistiche di chi un lavoro non lo ha, o di chi ha un lavoro che non corrisponde ai suoi talenti e ai suoi bisogni materiali, e altro ancora... Nonostante l’ampio approfondimento che ha preceduto e accompagnato la 48ª Settimana Sociale dei cattolici italiani, purtroppo (e forse non a caso) poco seguito dai media 'laici', manca spesso una visione d’insieme, che contestualizzi indicatori economici e dibattiti (altrimenti sterili) sulle norme e gli incentivi dentro la vita quotidiana delle tante persone che ancora faticano a trovare un lavoro o una occupazione decente.

Ai dati Istat dei giorni scorsi si aggiungono quelli su Garanzia giovani diffusi dall’ultimo report Anpal e il tutto si inserisce nella discussione in corso sulla Legge di Bilancio. Ma soprattutto ciò che preoccupa di più le famiglie, le imprese e coloro che si affacciano sul mercato del lavoro sono le grandi trasformazioni che siamo già chiamati ad affrontare. Trasformazioni che, se inquadrate con concetti vecchi, non offrono opportunità, ma creano anzi ampie divisioni, ingiustizie e paure. La tecnologia, per esempio, se concepita come un fine in sé, senza un governo, senza una direzione e uno scopo, rischia di diventare fonte di angoscia. O la demografia e l’invecchiamento della popolazione che, se lette e presentate solo come contrapposizione di giovani e anziani, rischiano di lasciare sullo sfondo il tema molto più interessante di come governare i trend e ripensare le attività lavorative per conciliarle con una popolazione che cambia. In questo scenario complesso e spesso confuso, si inseriscono i provvedimenti della Legge di Bilancio. Il principale è quello che prevede una decontribuzione al 50% per l’assunzione con contratto a tempo indeterminato dei giovani fino ai 35 anni (30 dall’anno successivo), esteso al 100% al Sud.

Si tratta di una misura con la quale il governo vorrebbe riequilibrare la situazione negativa nei confronti dei giovani che si è verificata al seguito della scorsa decontribuzione triennale, che è andata soprattutto a premiare i lavoratori più maturi. Alla luce delle trasformazioni in corso occorre chiedersi se si tratti della misura di cui abbiamo più bisogno. Posto che un intervento in favore dei giovani è oggi fondamentale e che per questo non si può che guardare con favore a chi pone questo tema al centro, sorgono alcuni dubbi. In primo luogo, recenti misure simili hanno mostrato come gli effetti si esauriscono presto, non appena il vantaggio fiscale viene meno. In secondo luogo, occorre riflettere sulla coerenza di queste misure, perché difficilmente ci potranno essere assunzioni incentivate se, in parallelo, proprio grazie a Garanzia Giovani, resta possibile attivare a basso costo tirocini di un anno per attività lavorative vere e proprie, come documentano le offerte pubblicate sui siti delle Regioni e del ministero del Lavoro. In terzo luogo, occorre chiedersi se ciò di cui necessitano giovani e imprese oggi è una certa durata contrattuale o il suo contenuto. Detto in modo più chiaro: il mercato del lavoro di oggi richiede soprattutto competenze, e competenze allineate alla domanda, ma su questo il contratto a tutele crescenti incide ben poco.

Più efficace sarebbe il contratto di apprendistato, che ha in sé non solo una natura formativa, ma una logica di un sistema dell’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro di determinate competenze per specifici settori produttivi o territori, in grado di contribuire non poco al riallineamento delle competenze, portando quindi ad un miglioramento della produttività. Ma proprio l’apprendistato sembrerebbe uscire indebolito dalla manovra, che rischia di condurre a un dualismo forte tra tirocini di dubbia utilità e contratti a tempo indeterminato destinati a cessare col venir meno dell’incentivo governativo. Più in generale, sembra che il mercato del lavoro abbia bisogno oggi di un maggior coordinamento tra percorsi formativi, percorsi di carriera e competenze richieste dal mondo delle imprese. Il che non significa piegare il mondo della formazione alle esigenze di mercato, ma costruire un dialogo tra questi mondi.

E questo non può avvenire soltanto attraverso l’incentivazione delle assunzioni dei giovani e neppure solo attraverso un processo di riforma legislativa. Piuttosto occorre ripartire dalle persone e dalla loro formazione integrale: come uomini e donne capaci di essere padroni di se stessi e del proprio futuro anche perché preparati a vivere pienamente il significato del lavoro quale risposta a un bisogno esistenziale e progettuale e non solo come scambio economico.

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