Vendita dei beni sottratti ai boss?
giovedì 8 novembre 2018

«Cosa più brutta del sequestro dei beni non c’è», diceva il boss siculo-americano Francesco Inzerillo in una conversazione intercettata nel febbraio 2008. Lo aveva capito bene il vecchio mafioso quanto male facesse quello strumento – nato nel 1982 dall’intuizione di Pio La Torre, che pagò con la vita il suo impegno – e che venne rafforzato nel 1996 dalla legge 109, sostenuta da un milione di firme raccolte da "Libera". Una legge che prevedeva l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. E che oggi coinvolge nella loro gestione quasi ottocento associazioni, cooperative sociali, diocesi, parrocchie, gruppi scout. Ieri, purtroppo, l’approvazione da parte del Senato del cosiddetto "decreto sicurezza", apre una strada opposta, e questo non faciliterebbe il rafforzamento di tante belle esperienze.

Il provvedimento, infatti, all’articolo 37 liberalizza la vendita a privati, con aste pubbliche, dei beni confiscati ai boss. Un’ipotesi che era stata avanzata dieci anni fa dal ministro dell’Interno Maroni, governo Berlusconi IV, stagione di respingimenti ciechi e in massa di richiedenti asilo e migranti. Le proteste documentate del mondo associativo e dell’antimafia sociale, che "Avvenire" sostenne con idee e documentazione giornalistica, bloccarono la proposta del ministro leghista. L’ha ritirata fuori il nuovo ministro leghista dell’Interno Salvini, una coincidenza che colpisce. E la maggioranza gialloverde l’ha approvata, nonostante il forte appello contrario firmato da associazioni e sindacati, da laici e da cattolici.

Alla vendita, si legge nel documento, «si deve ricorrere come extrema ratio e non come scorciatoia per evitare le criticità che si riscontrano nella destinazione e assegnazione dei beni». Peraltro la vendita era già possibile, ma proprio come scelta residuale e, infatti, molto poco utilizzata. I rischi sono evidenti. C’è, infatti, la concreta preoccupazione che i beni messi all’asta non solo siano venduti a prezzi svalutati (chi in certe zone avrà il coraggio di partecipare all’asta per la villa del boss locale?), ma che l’acquisto possa essere realizzato attraverso quella "area grigia" composta da professionisti, imprenditori, faccendieri, che agiscono formalmente nella legalità, ma che in realtà operano per il riciclaggio del denaro sporco. Se non ci sono cautele e vincoli adeguati, e nel decreto non ci sono, le maglie si allargano.

Non sono solo ipotesi. Alcune inchieste giudiziarie hanno smascherato i tentativi delle mafie di reimpossessarsi dei beni confiscati. E, poi, se nessuno si fa avanti per ottenere il bene in comodato d’uso gratuito, come prevede la legge, perché lo dovrebbe fare pagando? Il mafioso lo farebbe, perché i soldi certo non gli mancano. Non è solo una questione di soldi ma anche di immagine. Per i mafiosi perdere i beni è una perdita di credibilità, di autorità, di controllo del territorio. Soprattutto se poi questi beni vengono utilizzati a fini sociali, dando lavoro pulito, favorendo il sostegno delle marginalità, educando i giovani alla legalità, alla responsabilità e all’accoglienza.

Sono il «sogno che diventa segno», come hanno scritto sui loro prodotti i giovani della cooperativa calabrese Valle del Marro, nata dalla collaborazione tra "Libera" e la diocesi di Oppido-Palmi, e vittima di decine di attentati e intimidazioni, come tante altre realtà che gestiscono i beni non più "cosa loro". La conferma che queste iniziative proprio non piacciono alle cosche, che le colpiscono per metterle in difficoltà. Per questo andrebbero sostenute anche economicamente, favorendo l’acquisizione dei beni, e la loro gestione, e non mettendoli all’asta.

Oltretutto il decreto prevede che i proventi della vendita siano utilizzati solo per il 20% per sostenere il funzionamento dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati, mentre la gran parte finirebbe nel calderone della casse del ministro, alla ricerca spasmodica di fondi, proprio come i soldi che Matteo Salvini intende ricavare dai drastici tagli all’accoglienza dei richiedenti asilo.

Una strategia che ritorna, ancora più dura di dieci anni fa. La privatizzazione dei beni mafiosi che la confisca aveva fatto tornare 'beni comuni'. E la convinzione che la sicurezza sia soprattutto quella della faccia feroce e delle ruspe. La sicurezza, invece, è frutto del prezioso lavoro delle Forze dell’ordine, ma anche dell’altrettanto prezioso lavoro di chi ogni giorno riempie di vita e di futuro i beni strappati a cosche, clan e ’ndrine. La soluzione alle criticità non si avrà con la vendita, ma soltanto favorendo e dando continuità a questi progetti.

Che oltretutto piacciono agli italiani. Secondo una recente ricerca di 'Libera' il 31% pensa che i beni confiscati dovrebbero essere destinati in misura prioritaria a cooperative orientate all’inserimento lavorativo dei giovani, il 23,5% alla realizzazione di luoghi pubblici di aggregazione e di educazione alla cittadinanza , il 18% a progetti di volontariato e di promozione sociale. Nel resto d’Europa, seguendo proprio l’esempio dell’Italia, si sta andando in direzione opposta a quella del salviniano 'decreto sicurezza'. La Francia sta per discutere un progetto di legge per l’utilizzo a fini sociali dei beni sequestrati alla malavita, mentre Belgio e Portogallo lo hanno già fatto. Sarebbe assurdo che chi ha aperto la strada ne imboccasse davvero un’altra, quella del rischioso 'uso asociale' dei beni sottratti ai boss.

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