domenica 24 ottobre 2021
Il Pnrr stanzia in totale 4,4 miliardi di euro, di cui le risorse destinate alle Regioni costituiscono il 20%. Il Ministero del Lavoro definirà gli strumenti per attuare la Garanzia di occupabilità
Alle Regioni 880 milioni del Pnrr, ma per la Garanzia di occupabilità dei lavoratori si punta su centri per l’impiego e agenzie interinali. E l’economia sociale?

Alle Regioni 880 milioni del Pnrr, ma per la Garanzia di occupabilità dei lavoratori si punta su centri per l’impiego e agenzie interinali. E l’economia sociale? - Ansa

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Da poche settimane il Governo ha assegnato alle Regioni 880 milioni di euro per attuare il programma di garanzia per l’occupazione. Si tratta di una novità prevista dalla Legge di bilancio ed utilizzerà in parte le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Finalmente, un passo in direzione delle politiche attive del lavoro, di cui in Italia si parla da anni senza però grandi avanzamenti. Invece, ora pare che il momento sia giunto: su questa misura c’è ampia condivisione tra le forze politiche e sociali. Grazie anche ai fondi europei, non mancano le risorse: il Pnrr stanzia in totale 4,4 miliardi di euro, di cui le risorse destinate alle Regioni costituiscono il 20%. Il Ministero del Lavoro dovrà definire gli strumenti per attuare la Garanzia di occupabilità dei lavoratori (in sigla, Gol) e pare deciso a presentare a breve un piano articolato di interventi, a partire dal potenziamento dei servizi pubblici all’impiego e dell’offerta di formazione professionale.

Il progetto è decisamente impegnativo vista la molteplicità degli obiettivi. Innanzitutto, la riduzione del livello di disoccupazione, sia aiutando i lavoratori nella ricerca di lavoro sia riducendo il disallineamento tra domanda e offerta che sta impedendo alle imprese di adeguare gli organici all’andamento delle commesse: le ultime informazioni indicano che a oggi le imprese non riescono a coprire oltre 230mila profili con un costo per il Paese di 21 miliardi di euro. Poi, il miglioramento della qualità e stabilità dei posti di lavoro, puntando ad aumentare i tassi di attività e favorendo il reinserimento nel mercato del lavoro dei troppi lavoratori scoraggiati, dai Neet ai percettori di reddito di cittadinanza. Infine, interventi per impedire che le crisi aziendali destinate a colpire i settori interessati dalle politiche per contrastare i mutamenti climatici creino nuova disoccupazione.


Il maggiore contributo all’occupabilità delle categorie svantaggiate viene dalle cooperative di inserimento lavorativo, che sono assai più diffuse di quanto sembri pensare il ministero del Lavoro

Secondo le dichiarazioni del Governo, Gol punta a reinserire nel mercato del lavoro entro il 2025 tre milioni di persone, di cui il 75% donne, disoccupati di lunga durata, persone con disabilità, giovani under 30, lavoratori over 55. Il tutto in un contesto di incertezza sull’andamento dell’occupazione che non solo non ha ancora recuperato i livelli pre-pandemia, ma che, dopo una crescita vivace nei primi mesi del 2021 in luglio e agosto, è già diminuita complessivamente di oltre 150mila unità. Nel corso del 2021 sono stati recuperati 430mila occupati, ma rispetto al periodo pre-pandemia ne mancano ancora 390mila. Per provare a vincere questa sfida è necessario utilizzare tutte le risorse di cui il Paese dispone, anche quelle meno conosciute e non ancora considerate parte della tradizionale cassetta degli attrezzi. Invece il Gol – con un meccanismo mentale che porta a ripetere soluzioni note, anche se poco funzionanti – sembra puntare quasi solo su strumenti pubblici come i centri per l’impiego e le iniziative di formazione professionale gestite direttamente o indirettamente dalle Regioni, benché siano lontani dal garantire risultati tangibili e in tempi ragionevolmente brevi. L’unica apertura a soggetti privati sembra quella nei confronti delle agenzie interinali, che tuttavia riescono a intermediare solo lavoratori già formati, e quindi in grado di essere immediatamente produttivi, più che disoccupati o inattivi di lunga durata, Neet e disabili.

Nessun riferimento viene fatto invece al ruolo proattivo delle imprese, molte delle quali già oggi sono impegnate, da sole o in collaborazione, in attività formative e di inserimento che con aiuti mirati potrebbero essere moltiplicate con sforzi relativamente contenuti. Così come non vi è nessun riferimento al mondo dell’economia sociale. Nonostante sia un settore che da venti anni a questa parte, e in particolare dopo la crisi del 2008, sta contribuendo in modo molto significativo all’occupazione in generale e in particolare delle categorie con maggiori difficoltà di accesso al lavoro (soprattutto in termini di occupazione femminile: dell’oltre milione e mezzo di occupati in queste organizzazioni il 57% sono donne contro poco più 39% delle altre imprese). Quelle stesse categorie fragili a cui la Gol dichiara di voler dedicare particolare attenzione. Le organizzazioni dell’economia sociale, come emerge da una vasta serie di studi, contribuiscono all’occupazione in vari modi: creando nuova offerta e quindi nuovi posti di lavoro in settori come il sociale, l’educativo e la cultura, operando nel recupero e nella gestione di beni comuni con le imprese di comunità, impegnandosi in progetti di riqualificazione urbana, risolvendo crisi aziendali e passaggi generazionali attraverso la creazione di cooperative di lavoratori, garantendo attraverso le cooperative di produttori agricoli un reddito che ne rende sostenibile l’attività.


Più di 30mila lavoratori «fragili», soprattutto disabili fisici e psichici, sono stati inseriti grazie alle imprese sociali

Il maggiore contributo all’occupabilità delle categorie svantaggiate viene soprattutto dalle cooperative di inserimento lavorativo, che sono assai più diffuse di quanto sembri pensare il Ministero del Lavoro. Nel 2018 se ne sono contate oltre cinquemila con un’occupazione complessiva di 97.394 addetti; di questi più di 30mila lavoratori svantaggiati, soprattutto disabili fisici e psichici. Inoltre, negli ultimi anni molte di loro, più della metà, hanno iniziato a occupare anche persone con difficoltà di accesso al lavoro diverse da quelle indicate dalla legge sulla cooperazione sociale – come, ad esempio, i lavoratori che hanno perso il lavoro e sono troppo anziani per trovarne uno nuovo. Salvo che, paradossalmente, poiché queste figure non possono essere conteggiate nel 30% di dipendenti per i quali, secondo la legge, è previsto l’e- sonero dal versamento degli oneri sociali, per quest’attività di reinserimento lavorativo di soggetti comunque fragili non è previsto alcun sostegno pubblico. Secondo i dati relativi alle circa duemila cooperative sociali di inserimento lavorativo aderenti a Confcooperative, su 60mila occupati circa 18mila circa sono gli svantaggiati certificati e ben 10mila quelli non certificati.

Poiché molte di queste realtà operano del tutto o in parte con imprese private o con consumatori finali – per circa la metà del fatturato complessivo del settore – esse sono a tutti gli effetti soggetti attivi di politiche del lavoro anche se si finanziano con risorse esclusivamente private. Con il risultato, messo in luce da molteplici analisi costibenefici realizzate in diversi contesti, che conteggiando non solo le entrate fiscali e contributive generate da questi impieghi, ma anche i minori costi per le strutture pubbliche dovuti alla più contenuta domanda di sussidi e servizi da parte dei soggetti svantaggiati, il risparmio per spesa pubblica ammonta – a seconda del contesto – tra i 1.200 e i 3.000 euro annui per persona inserita. Sarebbe quindi più che logico che il Governo riconoscesse in modo chiaro e formale a queste organizzazioni di economia sociale il ruolo di imprese con esplicita finalità formativa e di inserimento lavorativo, in grado di contribuire efficacemente alle politiche del lavoro. Come avviene del resto in tutta Europa, dove da tempo riscuotono l’interesse della Commissione europea, sotto l’acronimo di Wise (Work Integration Social Enterprises). Eppure, nelle varie presentazioni della Gol non se ne fa il minimo cenno, ed anzi si continua a puntare con poca fantasia su un sistema di formazione tradizionale, magari affidato a soggetti privati con scarse relazioni con le imprese che ha già ampiamente dimostrato di non funzionare.

Tra le risorse di cui l’Italia dispone per affrontare l’emergenza occupazionale, l’economia sociale può mettere a disposizione esperienze e strumenti collaudati, che hanno dimostrato di funzionare bene. Dunque, potrebbe davvero diventare una componente non marginale di una strategia per il lavoro. Ciò che continua a mancare è però la consapevolezza del ruolo dell’economia sociale e del Terzo settore tra chi, politici e funzionari pubblici, è chiamato a definire le politiche economiche. Il programma Gol non fa eccezione purtroppo.

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