Mascherati e lontani: rioffrire l'«incontro» ai nostri ragazzi
sabato 26 marzo 2022

Incontro: giungere alla presenza di qualcuno o qualcosa, imbattersi, affrontare. È il potere dell’incontro, quello che stiamo sottraendo ai più giovani, adolescenti al tempo dei cambiamenti climatici, degli uragani e della siccità, poi della pandemia e ora anche della guerra. Una parola che non manca mai nel vocabolario degli adolescenti è “ansia”, lo scopro ogni giorno in classe. Li accompagna come una pietra in tasca, rallentando ogni azione quotidiana, indisponendoli all’incontro. E la vita cos’è, se non incontro? All’intervallo gli studenti escono dalla classe e all’aperto comunque si lasciano la mascherina. Ho chiesto a una ragazza. Le ho detto: «All’aperto puoi togliertela», «No prof, se me la tolgo sembro più brutta».

La mascherina è diventata con il tempo un rifugio, uno scudo, qualcosa che ci protegge, le nostre stesse braccia chiuse alla possibilità di un incontro, eppure oggi la mascherina anche all’aperto è la protezione di tanti adolescenti, altrimenti si sentono “brutti e inadeguati”. È diventata un puntello alla mancanza di socialità. La difficoltà di parlare indossando la mascherina per molti è un’ottima scusa per tacere, per non condividere le storie che si hanno dentro. E tutto questo è terribile. In alcune classi ho provato a sondare ragazze e ragazzi per capire come stanno vivendo la guerra. Fondamentalmente due sono gli effetti: il primo è apatia, distacco, la guerra viene percepita lontana come se non l’avvertissero, nessuna relazione tra loro e ciò che accade – eppure a Grosseto, dove viviamo, c’è una base dell’Aeronautica Militare e della Nato.

Credo sia una ulteriore protezione che permette loro di trascurare l’ennesima angoscia. Il secondo effetto, il più diffuso, è timore, paura che genera insonnia e in alcuni casi inappetenza. È pur vero che lo storytelling dell’invasione russa entro i confini dell’Ucraina ci viene raccontata sui dispositivi digitali: immagini, video, report che allontanano dai fatti chi guarda per tradursi in quelle rappresentazioni bidimensionali con cui i nostri ragazzi convivono da tempo. Temo che per loro sia difficile districare verità e fiction, con effetti emotivi devastanti. Qualche giorno fa, in una quarta liceo scientifico – dove stavamo affrontando il neoclassicismo: insegno Storia dell’Arte – uno studente ha presentato Jacques-Louis David.

Di questo autore sulla lavagna luminosa lo studente ha proiettato due opere una accanto all’altra: a sinistra “Napoleone che attraversa le Alpi” a destra “La morte di Marat”, entrambe opere particolarmente propagandistiche. Alla fine dell’ottima presentazione, lui stesso ha preso la penna digitale e ha scritto nella parte alta di ogni opera un nome, Putin su “Napoleone” e Zelensky su “Marat”. Henry Miller diceva: «L’Arte non insegna niente tranne il senso della vita», e aveva ragione. Lo studente ha incontrato l’Arte e lei gli ha parlato.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: