Manovra a vuoto sull’istruzione
sabato 8 dicembre 2018

Nei Paesi dell’Occidente industrializzato, molto spesso – ancora troppo spesso – il 'destino sociale' degli individui rimane strettamente legato alle origini familiari, all’ambiente in cui si è cresciuti e ci si è formati. È quello che i sociologi chiamano «genoma sociale». Dalton Conley (intervenuto all’inaugurazione dell’anno accademico della Scuola di Dottorato di ricerca del Campus di Forlì, Università di Bologna) ha dedicato la propria carriera di studioso (è docente all’Università di Princeton) a indagare come lo status socio-economico venga trasmesso attraverso le generazioni e come l’ambiente familiare influenzi i risultati scolastici. Il tema dell’istruzione, infatti, è fondamentale: se c’è un modo di uscire dal rigido determinismo sociale che purtroppo sembra ancora segnare molte volte i destini individuali, esso non può prescindere dall’istruzione e dalla cultura.

Ascoltando la bella, intensa, appassionata lectio magistralis del professor Conley – un accademico, sì, ma prima ancora un cittadino, preoccupato, come ogni persona autenticamente democratica, del futuro del mondo in cui vive – non sono riuscito a fare a meno di pensare a quanto lo scontro politico italiano di queste settimane sia lontano anni luce da queste altezze. Si discute di pensioni da anticipare, di reddito di cittadinanza, di decimali da limare per evitare la (prima snobbata e oggi temuta) 'procedura di infrazione' da parte dell’Unione Europea, di migranti (persone rappresentate e presentate come 'invasori', spauracchio che fa sempre comodo agitare per distrarre l’attenzione dai reali problemi della gente), ma non ho sentito una parola in tema di cultura e istruzione. È vero, probabilmente questi argomenti non erano nel 'patto di governo', ma come si fa a ignorarli se vogliamo guardare al futuro del nostro Paese con un minimo di visione prospettica? Piacerebbe sapere quali investimenti qualificanti in campo culturale siano previsti, se sono previsti, nella legge di bilancio che si sta scrivendo.

Nel contesto globale l’economia italiana stenta a crescere per una serie di fattori, ma uno dei principali è senza dubbio la scarsa attitudine all’innovazione, allo stare al passo con i tempi in termini di aggiornamento tecnologico, ma prima ancora di paradigmi culturali. Ciò è strettamente legato (ne è in qualche modo la conseguenza) a un altro dato: lo scarso numero di laureati, nel nostro Paese, rispetto a quello di chi consegue un titolo universitario negli altri Paesi avanzati. Secondo i dati forniti da Eurostat (l’ufficio statistico dell’Unione Europea), in Italia tra i 25 i 34 anni d’età risultano laureate il 26,4% delle persone, contro il 38,8% di media nell’Unione (peggio di noi fa solo la Romania). Ancora più stridenti i dati dell’ultimo rapporto Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sui sistemi formativi di 36 Paesi del mondo.

Lì peggio di noi è messo soltanto il Messico: nella fascia d’età 25/34 anni abbiamo 27% di laureati, contro il 44% della media degli altri Stati. Non sono cifre nuove, sappiamo che tale sperequazione esiste da tempo, ma ogni tanto vale la pena meditarci sopra. Stupisce però come l’attuale maggioranza di governo non ne sembri minimamente preoccupata. Eppure Giuseppe Conte, il premier-avvocato, è anche un professore universitario, a cui i temi dell’istruzione e della ricerca dovrebbero stare particolarmente a cuore: possibile che il problema non venga neppure posto? Ci farebbe piacere che questo quadro pessimistico potesse essere smentito da atti concreti. C’è bisogno che questi argomenti, cruciali per il futuro del Paese e dei nostri giovani, tornassero quanto prima al centro del dibattito pubblico.

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