Ipotesi di studi superiori di 4 anni. Maneggiare con cura l'esperimento


Roberto Carnero domenica 13 agosto 2017

Ma insomma quella del 'liceo breve', cioè della scuola secondaria superiore di 4 anziché 5 anni, è una buona idea oppure no? La firma da parte della ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli di un decreto che apre la sperimentazione a 100 classi in altrettante scuole a partire dall’anno scolastico 2018-19, ha riaperto la questione. Per la verità soprattutto tra gli addetti ai lavori e forse, vista la rilevanza del tema, troppo poco – come ha sottolineato e auspicato venerdì 12 Giuseppe Savagnone sulla prima pagina di 'Avvenire' – nell’opinione pubblica più ampia. E comunque, come al solito, il dibattito si è subito incanalato nella contrapposizione frontale tra favorevoli e contrari. Elena Ugolini ha sottolineato, su Avvenire dell’8 agosto scorso, le ragioni che inducono a ritenere che una significativa sperimentazione sia utile e necessaria. E ha anche richiamato i motivi che rendono il tema «scottante».

Tra questi ultimi c’è la perplessità o l’ostilità di una buona parte del mondo sindacale, preoccupato – comprensibilmente – dei possibili risvolti negativi in campo occupazionale conseguenti a un eventuale accorciamento del curriculum scolastico. È un’apprensione legittima, anche se non potrebbe essere questa a impedire un cambiamento qualora ne venisse ravvisata l’utilità per i ragazzi. Il primo livello del discorso, quello più rilevante, non può che essere, invece, quello culturale e formativo. Innanzitutto, bisognerebbe insistere nel chiedersi il perché di questa ipotesi di accorciare la durata della scuola secondaria. Si dice che così facendo si velocizzerebbe l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, ma tutti sappiamo quanto il lavoro oggi non sia così disponibile. Si dice anche che si tratta di adeguarci ai parametri europei (anche se in una metà dei Paesi membri della Ue la scuola si conclude all’età di 19 anni, esattamente come da noi).

Benissimo, stiamo però attenti a non importare dall’Europa ciò che non funziona o funziona meno bene che nel nostro Paese. Lo si è visto nel 1999 con la riforma universitaria, quando, spazzati via i vecchi corsi quadriennali o quinquennali, furono introdotte la laurea breve di 3 anni e la laurea specialistica di 2, il cosiddetto 3 più 2. Poco dopo il varo di quella riforma, lo storico della lingua Gianluigi Beccaria scrisse un saggio assai polemico, ma basato su quanto vedeva accadere sotto i propri occhi nella sua Facoltà di Lettere, significativamente intitolato 'Tre più due uguale zero'. Non vorremmo che l’abbassamento del livello culturale e formativo, dopo aver toccato l’università, riguardasse anche la scuola superiore.

Insomma, varrebbe la pena, anche in questo caso come in altri, non accettare supinamente quanto ci viene richiesto o imposto dall’Europa. Perché se c’è una scuola seria, che ancora trasmette conoscenze, competenze, capacità, formando i ragazzi in maniera completa è, pur con tutte le migliorie ancora apportabili, proprio quella italiana: i confronti che i nostri ragazzi fanno con altri sistemi di istruzione quando tornano dalla frequenza di un anno all'estero vanno tutti nella stessa direzione, vale a dire in quella del riconoscimento di una qualità superiore della nostra scuola rispetto a quella di altri Paesi.

È solo una sperimentazione, si dirà. Vero, ma va ricordato che una iniziativa simile è in corso già dal 2013, quando l’allora ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza autorizzò il liceo breve in 11 istituti (6 statali e 5 paritari). Allora si era detto che si sarebbero monitorati i risultati, per verificare il raggiungimento degli obiettivi formativi da parte delle classi che avevano partecipato a questo percorso. Intanto, sarebbe bello conoscere gli esiti di quella prima micro-sperimentazione. Da insegnante, vedo che già oggi sono davvero enormi le difficoltà che incontriamo non a «svolgere i programmi» (come si sarebbe detto un tempo; forse non tutti lo sanno, ma i vecchi 'programmi ministeriali' non esistono più), ma a raggiungere gli «obiettivi formativi» fissati dalle Indicazioni nazionali.

La scuola italiana negli ultimi anni si è aperta a una miriade di iniziative: uscite di istruzione, cicli di conferenze tenute da ospiti esterni, incontri di orientamento, progetti di varia natura, e da un paio d’anni la cosiddetta «alternanza scuola-lavoro». L’offerta formativa si è ampliata, la didattica si è vivacizzata, la scuola si è legata ancor più alla società: tutte cose positive, per carità, ma che sottraggono ore, anzi settimane alle normali lezioni, finendo con il frammentare quella concentrazione indispensabile per approfondire veramente i contenuti disciplinari. Già così, rischiamo di sfornare diplomati non sufficientemente attrezzati per le sfide che li attendono là fuori, che sia il mondo del lavoro o quello di un’ulteriore formazione, di tipo universitario. Il timore è che se già oggi si fa molta fatica, con un anno in meno la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare.

A settembre i collegi docenti dei vari istituti saranno chiamati a decidere se candidarsi alla sperimentazione. C’è da scommettere che i dirigenti scolastici caldeggeranno l’adesione, perché, nella concorrenza tra scuole per accaparrarsi le iscrizioni, non c’è dubbio che un corso di un anno in meno sarebbe un ottimo volano pubblicitario: non sono poche le famiglie convinte che un anno in meno di scuola significherebbe meno tempo perso e molto denaro risparmiato (forse per sfiducia nell’istituzione scolastica, deprivata com’è, ormai da tempo, di quello che in passato è stato il suo ruolo di 'ascensore sociale'). Ebbene, occorrerà, senza essere pregiudizialmente ostili, riflettere bene, però, sull’opportunità e sulla fattibilità, negli specifici contesti delle diverse scuole, del percorso abbreviato.

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