venerdì 8 aprile 2011
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Due guerre mondiali, l’uso di due bombe atomiche, genocidi, crudeltà e infamie di ogni tipo: il nostro tempo, forse per la prima volta nella storia dell’umanità, sembra essersi convinto che la guerra è sempre una prassi ripugnante e inaccettabile. Per i giuristi (e in particolare per i cultori del diritto internazionale) condividere questa opinione comporta un onere particolarissimo, quello di decostruire e riformulare radicalmente l’antica, e sotto certi profili ammirevole, dottrina dello jus belli. Compito necessario, assolutamente urgente e improbo. È un fatto, comunque, che vecchi paradigmi si stanno liquefacendo sotto i nostri occhi e quella che chiamavamo guerra si presenta sul palcoscenico internazionale con nuovi connotati, che a volte la rendono a stento riconoscibile. Si può arrivare a dire che, giuridicamente, è come se la guerra non esistesse più. Non esiste più la "dichiarazione di guerra" e meno che mai esistono più gli "ultimatum" che spesso la precedevano, per legittimarla (ove non avessero ottenuto risposta) o per evitarla (se accolti). Non esiste più la distinzione, radicale ed essenziale, tra le truppe combattenti e la popolazione "civile". Si è dissolto il concetto di "prigioniero di guerra". Non esiste più la "neutralità" di uno Stato nei confronti di altri Stati in conflitto tra loro. Né più valgono le convenzioni di guerra, volte a limitare l’uso delle armi o a delimitare territori da salvaguardare dal conflitto. Non esistono più i trattati di pace, che nel momento in cui vincolavano gli sconfitti vincolavano altresì, e paradossalmente, i vincitori. Le alleanze, quando sopravvivono, non sono più pensate nella prospettiva di possibili conflitti... E potremmo continuare a lungo.Incrinatasi o addirittura scomparsa la guerra come categoria giuridica (ma non, ovviamente, la guerra come categoria storico-politica), l’uso della forza sta cercando una diversa legittimazione nel diritto internazionale, attraverso la categoria del tutto nuova dell’intervento umanitario. Nella sua materialità quello umanitario è comunque un intervento militare, ma non lo si vuole ricondurre alla categoria della guerra. Il diritto internazionale pretende che gli Stati che si accollano il peso di simili interventi usino i loro soldati come poliziotti che combattono per la giustizia e per l’ordine pubblico e non come combattenti chiamati a guerreggiare per ottenere la vittoria del loro Paese contro il nemico. In linea di principio la distinzione tra guerra e intervento umanitario sembra quindi nettissima: mentre attraverso la guerra "tradizionale" lo Stato difendeva se stesso contro un’ingiusta aggressione o comunque operava per difendere i propri interessi (da esso stesso costantemente qualificati come "vitali"); attraverso l’intervento umanitario lo Stato (meglio ancora se associa alla sua azione altri Stati) agisce per la difesa di quei valori supremi che sono i diritti dell’uomo, operando contro quei regimi che, incrudelendo contro i propri cittadini e violandone i diritti fondamentali, dimostrano di essersi allontanati dai sentieri virtuosi della democrazia (o di non averli ancora calpestati). Di fatto le cose non sono così semplici. Come ha esattamente osservato Ugo Draetta in un’intervista ad Avvenire «l’acquisizione del diritto umanitario da parte del diritto internazionale è recente, ancora da consolidare e velata da diverse interpretazioni politiche». Il sospetto che dietro allo schermo del diritto umanitario si facciano strada interessi addirittura più loschi di quelli che si pretendeva che legittimassero le guerre tradizionali non è per nulla infondato. Ma non basta questo sospetto a non farci percepire come, pur tra tante ambiguità, il diritto di guerra stia oggettivamente deperendo (o sia al limite già scomparso). È un fatto che "diritto di guerra" è ormai un’espressione inaccettabile, così come è un fatto che "diritto umanitario" forse non del tutto limpida, ma che comunque veicola significati positivi. Tutto bene, dunque? Sì, ma ad una rigida condizione: che si riconosca che il diritto umanitario ha bisogno di un forte radicamento etico ed è quindi incompatibile con quel "realismo politico", con quella Realpolitik, che, in tutte le sue varianti, ancora pretende di fornire la chiave di lettura più adeguata delle relazioni internazionali. Se non vogliono far decadere il diritto umanitario nella più odiosa delle ipocrisie, i giuristi devono essere in grado di mostrare che attraverso di esso, e di esso soltanto, l’umanità è in grado di fuoriuscire definitivamente dalla terribile logica della guerra. Le vicende del Mediterraneo, di cui siamo tutti spettatori, costituiscono per il diritto umanitario una banco di prova davvero straordinario.
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