L’equilibrio possibile. Libertà e solidarietà per Italia di oggi


Marco Olivetti giovedì 10 agosto 2017

È necessario riformare la prima parte della Costituzione italiana? È adeguato l’equilibrio fra libertà e solidarietà nella "Costituzione economica" scritta nel 1946-47? E, in particolare, si può ipotizzare – come ha proposto di recente Angelo Panebianco a margine di una discussione fra gli economisti sulla introduzione della flat tax – di superare il principio della progressività delle imposte? Per riflettere su tale questione, è bene partire da un richiamo a una dura realtà di contesto, per poi mettere in evidenza lo stato reale della "Costituzione economica" italiana e sottolineare alcune piste di riflessione.

La dura realtà di contesto è il debito pubblico accumulato dall’Italia, che ha superato il 130% del Pil. Di fronte a questo dato, l’introduzione della flat tax – che, almeno a breve termine, determinerebbe una riduzione del gettito fiscale – è del tutto irrealistica: una discussione su questo tema si avvicina alla realtà molto meno di un nuovo dibattito sul sesso degli angeli. Il problema è semmai il modo per tenere sotto controllo il debito pubblico ed evitare un ulteriore aumento del carico fiscale.

Quanto alla Costituzione italiana, essa è stata elaborata in una tempo nel quale il prestigio dell’economia di mercato era al minimo storico: il ricordo della grande crisi del 1929 era ancora vivissimo e negli stessi Stati Uniti il New Deal era ancora alla base delle politiche perseguite dalle presidenze di Roosevelt e di Truman. Oltre vent’anni fa, Giuliano Amato ha messo in evidenza che per gli stessi costituenti democristiani il mercato era importante più come antidoto verso il totalitarismo (per la paura che la statalizzazione dell’economia portasse con sé la fine della democrazia politica) che come meccanismo razionale di ordinamento dell’economia. Del resto in quegli anni anche in altri Paesi le nazionalizzazioni erano all’ordine del giorno: in Francia le realizzò De Gaulle come presidente del Consiglio nel 1945.

Ciò si vede bene nel testo costituzionale, in particolare negli art. 41 e 43, al punto che negli anni Settanta un altro costituzionalista, Carlo Lavagna (fra l’altro maestro di Giuliano Amato), poté sostenere che la transizione al socialismo (reale) avrebbe potuto avvenire a testo costituzionale invariato. Ma in questo c’è solo un lato della storia. La "Costituzione economica", infatti, se non garantisce l’economia di mercato, non impone l’ampliamento dell’economia pubblica. Se consente le nazionalizzazioni e la programmazione non le rende necessarie. Se richiede la progressività delle imposte, lascia al legislatore la scelta sul modo in cui configurarlo. E inoltre, dagli anni Cinquanta in poi, un possente antidoto allo statalismo economico è cresciuto nel diritto europeo, che ha neutralizzato in buona misura gli eccessi dello statalismo, pur nel quadro di un modello che continua a rifiutare il liberismo puro, in nome dell’economia sociale di mercato. Dal 2012, fra l’altro, un elemento di riequilibrio della "Costituzione economica" italiana è entrato nella stessa Carta, con la (controversa) costituzionalizzazione del principio dell’equilibrio di bilancio.

Conclusione: la Costituzione, se fosse scritta oggi, verrebbe redatta in modo diverso anche dai suoi stessi autori storici, ma essa offre un quadro sufficientemente flessibile per consentire la ricerca di equilibri adeguati fra libertà e solidarietà. Del resto, su molte politiche sociali (dall’assistenza sanitaria al sistema scolastico) la legislazione è andata ben oltre quanto imposto dagli art. 32, 33 e 34 della Costituzione.

Due notazioni ulteriori si impongono, attorno a due parole chiave: solidarietà ed eguaglianza. Ha fatto bene Giuseppe Dalla Torre ("Avvenire" del 28 luglio 2017) a sottolineare di nuovo la dimensione solidaristica della Carta costituzionale. Non solo per il nesso della solidarietà con i doveri, che devono sempre bilanciare gli eccessi di domande di nuovi diritti. Ma anche perché lo Stato sociale, che dà corpo al principio di solidarietà, è un pilastro del modello sociale europeo.

Ma sulla solidarietà occorre porre oggi almeno due domande. La prima: essa è storicamente vincolata al fenomeno statale, ma nell’attuale fase storica, deve trovare una dimensione europea e globale. Come articolarle? La seconda: la solidarietà – ricordava anni fa Serio Galeotti – non è solo 'paterna' o verticale (con lo Stato nel ruolo di protagonista e i cittadini come beneficiari) ma è anche 'fraterna' o orizzontale, affidata al libero dinamismo della società civile.

Solidarietà non significa necessariamente più Stato, come dovrebbe essere chiaro in base alla tradizione storica del movimento cattolico italiano. La seconda parola è 'eguaglianza', anzi 'eguaglianza sostanziale'. Questa locuzione non è presente in Costituzione, ma essa è utilizzata per definire il compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli all’eguaglianza e alla libertà delle persone, fissato nel 2° comma dell’art 3. Ora, se lo Stato sociale è ciò che ci accomuna all’Europa, il mito dell’eguaglianza sostanziale è ciò che ci differenza da essa: si tratta di un vero e proprio residuo di socialismo reale incardinato nella cultura pubblica italiana.

L’eguaglianza sostanziale è possibile solo eliminando il mercato e costruendo un’economia interamente pianificata e sopprimendo, fra l’altro, la libertà politica nonché, alla fine, le stesse libertà civili. Disfarsi di questo ambiguo concetto non vuol dire rinunciare a lottare contro la povertà, né ad attuare politiche redistributive, basate sulla solidarietà. Ma l’«eguaglianza di tutti in tutto» (l’egualitarismo di cui parlava Norberto Bobbio in un indimenticabile saggio del 1976), oltre a non essere di per sé desiderabile, è esattamente ciò che nessuno Stato sociale può garantire se mantiene le libertà civili e politiche.

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